Cristina Annino – il «silenzio linguistico»

A volte penso a come può vedere il mondo un piccione. Vorrei capirlo per contenere anche lui.

Questo “impulso al contenimento in sé dell’altro”, può costituire un autentico metodo di conoscenza.

Non imprigiona infatti, con forza centripeta o in termini di possesso, situazioni, persone, animali, cose, ecc, bensì impone la dimenticanza temporanea dell’ego e la conseguente attribuzione a questo di altre infinite possibilità d’essere esistenti nel sistema naturale del mondo. Cioè il soggetto potrà ampliare il suo potenziale conoscitivo solo nella misura in cui si allontanerà da se stesso.

I nuovi contenuti possono essere reali, se pensiamo a situazioni o persone; intuiti, (l’esempio del piccione è emblematico) se pensiamo invece a quel che si può percepire come parte esistente dell’identica realtà.

Tra il semplice vedere e il saper intuire si colloca, a mio giudizio, la differenza qualitativa di un artista.

Una simile volontà o capacità di sguardo sul reale (che unisce e moltiplica, ricompone, rivalorizza

l’esistenza come fatto comunicante e naturale) farà sì che il poeta “orchestri”, allo stesso livello di importanza, gerarchie di sistemi culturalmente intesi come secondari o addirittura esclusi perché invisibili.

Ogni artista dunque dovrebbe “vedere più che leggere”, abbassando se necessario la propria attenzione ed estenderla fino a creare forme di pensiero là dove non si crede che esistano.

Sappiamo che la conoscenza è dilatazione di sé, ma non sempre l’io riesce a coniugarsi in una mutazione costante di crescita, in virtù di “dispersione e accumulo”.

L’autore che non interpreta appunto l’esistenza come “coscienza dilatata”, omnicomprensiva e che non faccia del proprio io una continua trasformazione, disporrà solo di un sapere ereditato dal proprio sistema soggettivo, arrivando inevitabilmente alla consumazione del sé. In altri termini arriverà al silenzio linguistico. Con silenzio linguistico intendo forme d’espressione patologicamente ripetitive che si contrappongono alla comprensione e al dialogo con la complessità naturale dell’esistenza.

Tale impulso all’espansione, al contenimento d’altro, del diverso da noi – che poi è, insisto, contemporaneamente dispersione del proprio io come valore unico e accumulo dei dati percettivi che riceviamo dall’altro – può attuarsi in diversi modi. Attraverso l’abbandono progressivo di sensazioni ripetutamente personali, quale l’ossessività del quotidiano espresso in fatti minimi, la predilezione per sentimenti già “legalizzati” da una certa tradizione poetica, il comune senso del bello oramai consunto. Persino il sentimento amoroso può essere un ostacolo a questa espansione, se non raggiunge una “statura” archetipica valida come modello di comunicazione. Se, insomma, è diventato un discorso falso anch’esso, senza più volontà di sapere, di andare oltre la codificazione di una poetica di consumo.

Sappiamo che il dislivello tra sé e il mondo crea inevitabilmente angoscia.

Per quanto detto finora, sostengo che anche l’angoscia, trattata in modo esclusivamente personale sia, dal punto di vista poetico, uno dei sentimenti meno comunicativi, in quanto egocentrico e dissociante. L’angoscia non è la realtà, bensì è una risposta. Al pari di ogni percezione umana contiene della poeticità, ma troppo spesso tale risposta viene usata come alibi di “licenza poetica”. Quanta ritualizzazione lirica genera l’angoscia, privata troppo spesso del suo senso, della sua forma, del suo oggetto! Il discorso falso di tanta poesia è permesso dalla mancanza di una forza giudicante che si opponga al rituale del déjà vu, investendo su altre funzioni del soggetto conoscente. Il nuovo non è unicamente ciò che viene espresso, bensì è sopratutto il ritorno di certe parole.

www.anninocristina.it

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