Antonio Prete – Se la pietra fiorisce (Donzelli 2012)

di Michele Ortore

fonte: Pane e acqua, paneacqua.info, 18/05/2012

In alcuni libri si può cercare la folgorazione di uno stile e di un corpo linguistico che ci sconquassino la mente fino a scuotere le travi del pensiero. Altre volte, come per la recente raccolta di Antonio Prete Se la pietra fiorisce, sentiamo il bisogno di una poesia che ci ricordi il valore semplice e vero dell’ascolto della natura e di chi nel mondo, come persona ed elemento naturale, ci ha preceduto.

L’intimità profonda di Se la pietra fiorisce, in fondo, sta proprio nella fiducia di Prete nella tradizione e nella testimonianza letteraria: lo dimostra l’assoluto dominio dell’endecasillabo, le rime come segnalazione delle parole tematiche, le epigrafi di autori anche molto diversi fra di loro (Wallace Stevens, Auden, Zurita, Celan), alcuni tratti di spiccato classicismo (iperbati come «Fuggitivi lampeggiano paesi sulla costa» o «se un geroglifico tu fossi / inciso nell’ardesia dei pensieri»), un’insistenza lessicale quasi petrarchesca su alcune parole del vocabolario di base che sempre hanno acceso la fantasia dei poeti (foglie, luce, pietra).

Ci vuole una buona dose di coraggio, in effetti, per scrivere oggi, nell’epoca dei palinsesti e della continua ricerca del nuovo, un verso così virgiliano: «e ha un volto ch’è soltanto d’aria e vento». Ma Se la pietra fiorisce è davvero, per certi versi, quanto di più coraggioso si possa immaginare. Prete affronta a capofitto il concetto stesso di originalità, affidandosi a un leit motiv che ripete sostanzialmente per tutta la raccolta: quello della corrispondenza fra gli elementi del creato, all’insegna di un pathos cosmico che unisce, grazie anche alla voce della poesia, le sofferenze, le gioie e i gesti di microcosmo e macrocosmo.

Fra le lune più lontane e il cicaleccio di un prato c’è il vibrare sottile della stessa voce. Si potrebbero trarre esempi da quasi ogni testo della raccolta, ma ne scegliamo soltanto uno fra i più significativi: «Per ogni pena terrestre, lentamente, / si scompone la geometria delle costellazioni. // L’indifferenza degli astri è soltanto / l’apparente fulgore dell’eterno». Ciò ovviamente non vuol dire che la raccolta sia monotona, perché l’autore sa contaminare il suo stile apollineo con la giusta dose di plurilinguismo («negli occhi l’insulto / dell’ultima stella, / desaparecidos, / virtute e conoscenza»: lo spagnolo si mischia a un Dante rimaneggiato, con una o al posto di una a). Piuttosto, attraverso questa iterazione concettuale, sembra prender vita una sorta di pratica meditativa, una guida all’osservazione del mondo, all’attenzione che, come diceva Benjamin, è la più alta forma di preghiera.

All’epopea del vuoto di cui tanti poeti contemporanei si fanno portatori, Prete oppone non tanto un’affermazione di pienezza, quanto la certezza che anche il vuoto faccia parte della vita e della sua positività. Il vuoto «t’appartiene / certo, come la stella alla finestra, / come appartiene la ferita a questa / materia d’ombra con lampi, che è vita». L’assenza è la condizione stessa dell’esistenza, e allora non ha senso imitare il Krapp di Beckett, che ritagliava e faceva collezione dei silenzi sul nastro: il nastro è inseparabile, nel suo eterno gioco di silenzi e musica, dentro cui soltanto è possibile esercitare la propria libertà di essere umano e di poeta edificatore di senso («Dal respiro di un’assenza la sillaba / prende il suo timbro»).

Nella visione di Prete non si scalfisce mai l’unità amorosa fra tempo, fluidità naturale e distruzione: «Sulla scogliera il tempo è sferza d’acqua, / amore d’acqua che sbalza le forme, / azzurro che deflagra penetrando». Questo movimento verticale, che come abbiamo detto è nella maggior parte dei casi di unione e di pathos cosmico, qualche volta rammenta invece la divina indifferenza e il falco alto levato di Montale: «In alto a cerchi un falco / traccia lento l’ordito / che è riva dell’infinito».

Ma forse, più di tante parole, può essere un paragone musicale a dare un’immagine più efficace della poesia di Antonio Prete: ascoltate il minimalismo di Ludovico Einaudi. C’è lo stesso soffice addensamento di note dal volto conosciuto, una trama piena di silenzi che sembra a volte ripetersi come una ruota che giri fino a consumare il suo stesso fulcro, e che invece in quella rotazione del simile riesce ad aprire spazi inaspettati, rivelatori.

In Se la pietra fiorisce non ci sono mai corpi veri, corpi pesanti, dall’anatomia delineata, corpi radicati alla terra con la loro composizione ossea e -solo poi- spirituale. Ecco, se una pecca bisogna trovare in questa raccolta, è che in alcune fasi, sopratutto nella seconda sezione del libro (Cenere e figura), l’influenza della tradizione diventa fin troppo “angelica”: in alcuni versi la vaghezza degli agenti limita l’impatto che questa saggia opera di osservazione e meditazione potrebbe avere sul racconto del presente («nella stanza / dolce sorgeva e impetuosa la danza / delle carezze. Il grido della perdita / e del ritrovamento navigava / nel cielo senza tempo dell’amore»). A volte, insomma, il confine tra fiducia nella tradizione e conforto della tradizione sembra assottigliarsi eccessivamente.

Prete ha la pazienza di chi ostinatamente crede nel valore dell’ascolto, o meglio, in quello più difficile e commosso, ovvero l’ascolto del silenzio. Perché nel silenzio si può scoprire la possibilità dell’attimo oltreumano; si può superare quell’antropocentrismo che chiama “vuoto” semplicemente ciò che sfugge al possesso. Quando si impara l’abbandono di chi si affida, senza illusioni, all’altro da sé, «il cuore della pietra si mette a battere, leggero, appena percettibile, e intorno si spande un silenzio immenso, un silenzio nel quale precipitano tutti i silenzi del mondo».

Michele Ortore

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