Italiani d’altrove, AAVV, a cura di Milton Fernàndez (Rayuela edizioni 2011)

Italiani d’altrove, a cura di Fernández Milton, Rayuela edizioni, Milano, 2011
Recensione di Roberta Yasmine Catalano già pubblicata su http://www.italiannetwork.it
Il libro si può acquistare qui

“La Rayuela (il gioco del mondo) si gioca con un sassolino che bisogna spingere con la punta della scarpa. Ingredienti: un marciapiedi, un sassolino e un bel disegno fatto col gessetto, preferibilmente a colori.”

  La rayuela descritta da Julio Cortàzar, qui in Italia si chiama il gioco della campana. Due modi diversi di nominarlo, ma il gioco è lo stesso. È proprio questo lo spirito che anima l’intrigante antologia di poesie “Italiani d’Altrove”. Si tratta di poeti latinoamericani accomunati da origini italiane, che “scrivono in altre lingue ma continuano a sentire in italiano”.

  Se vi capita di vederlo, vi colpirà subito: la copertina, fine ed elegante, ritrae una donna, un uomo e un bambino presumibilmente del secolo scorso, di spalle, come impietriti alla vista di un altrove, un orizzonte che non si vede, ma si può intuire. C’è una poesia, nel libro, che sembra farle da didascalia, ed è “Più in là” di Gabriel Impaglione: “Riesci a vedere la rotta che gli addii tracciarono nel tempo?/ Sale rigoroso che nella ferita/ scava con tenacia. Dove gli sguardi cercarono bastimenti orgogliosi (…)/. Nei porti tuttavia non attraccano notizie d’oltremare”.

  Ventiquattro figli e nipoti di italiani andati oltreoceano a cercare un’altra vita, poeti che portano inesorabile il destino di “Migranti interni”, come se quella traversata che non hanno mai compiuto fosse una stigmate indelebile, una condanna continua al viaggio, intimo e interno. I loro versi trasudano nostalgia, ostinata ricerca di ricostruirsi, attraverso le radici, quasi che solo la poesia potesse chiudere il cerchio, e dare finalmente un senso al grumo di domande e buchi di memoria.

Antenati come presenze costanti, dentro di sé, a ricordare una rotta che avrebbe segnato per sempre le vite loro e delle future generazioni; un passato che non c’è modo di scrollarsi di dosso perché, come dice Mario Vázquez, “La voce con cui mi parlo/ ha l’odore dei loro occhi/ frammenti della mia infanzia mutilata/ e qualche straccio dei loro desideri/ nello stropicciato abito/ del mio nome”. Sembra di vederli, questi vecchi impigliati nella loro terra e nella loro lingua madre, “Lui ci leggeva Pascoli nella luce/ del mattino e parlava dei pomeriggi/ quelli di autunno, i cani che annusavano/ funghi, quando col padre usciva/ in cerca di tartufi. Lei sapeva a memoria/ la sua vita. Lui nominava la guerra,/ gli anni della fuga, l’abbraccio/ di Paolo e dell’Etiopia. Lei nascondeva/ sotto il piatto le lettere che arrivavano/ e sapeva tutti i nomi dei cugini/ lontani. A volte nelle sere/ recenti dell’autunno, lei ricorda/ Pascoli e un Paese mai visto:/ c’è un bimbo con suo padre e qualche cane,/ c’è un uomo che arranca lungo i tetti,/ e un amico, ed è autunno,/ e c’è la guerra” (Maria Teresa Andruetto). Eppoi c’è la lingua, simile ma in fondo così diversa, con cui i primi arrivati dovettero fare i conti, “mia madre parla nella lingua dei suoi ricordi,/ mio padre racchiude i suoi accenti fino alla fine/ della vita/ per poter essere felice in qualsiasi lingua” (Roberto Casanova Gianuzzi).

  Leggere la ricostruzione della storia degli avi di questi poeti è un viaggio nel viaggio, tenero ed emozionante: alcuni riportano notizie molto precise, compreso il numero generoso di figli e nipoti; altri, brandelli di memoria che rasentano la leggenda. Sono storie di persone forti, di quel coraggio incosciente che solo la miseria e la guerra possono dettare, nonni e bisnonni che per questi poeti sono spesso semplicemente i loro abuelitos, venuti da paesini e città del Friuli, Sicilia, Lazio, Veneto, Piemonte, Calabria, Trentino Alto Adige, Campania, Molise, Sardegna.

  La guerra, l’esproprio delle terre dopo la riforma agraria, le scuola nelle colonie, sono tutte realtà comuni alla vita degli italiani nel mondo; le donne sorprendenti, come la nonna di Antonia Taleti, “una donna forte che in un vecchio baule accatastò un giorno alcuni utensili, una macchina da cucire per guadagnarsi il pane e si avviò in Argentina a cercare suo figlio maggiore, che s’era ammalato”.

  Ogni poesia è presente in lingua originale spagnola, con traduzione italiana a fronte. L’antologia si chiude con una postfazione del traduttore, Milton Fernández, scrittore uruguayano che ha fatto il viaggio alla rovescia, vive in Italia e scrive in italiano. Divinamente. No, mi correggo, non è una postfazione: è una poesia. E una dichiarazione d’amore, alla poesia. E un invito, a tutti noi: “Proviamoci anche noi, a tempo perso. Proviamo a far uscire i poeti dalla loro tana.
Adottiamone uno a distanza e portiamolo a vivere tra la gente. Trascriviamolo, traduciamolo, faxiamolo, incidiamolo; vandalizziamo i muri con la sua presenza, regaliamolo a qualcuno a cui vogliamo bene, a quelli con cui non vorremmo condividere nemmeno l’aria del pianeta; abbandoniamolo dal medico, dal parrucchiere, dal dentista (…).

  Non m’illudo. Lo so che la poesia non salverà il mondo. (…) Ma… se succedesse un miracolo, se trovaste per caso la frase di un poeta dietro il verbale della multa che il vigile vi ha attaccato al parabrezza, o nello scontrino del supermercato, o nel risvolto della giacca appena consegnata dalla lavanderia… vi prego, fatemelo sapere. Mi sembrerà di aver onorato una piccola rata del mio debito. E saprò cosa rispondere a quelli che continuano a ripetere: A chi interessa oggi la poesia?”.

  “Italiani d’Altrove” è presente solo in alcune librerie, per ora. È il primogenito della neonata “Rayuela Edizioni”, nata da un gruppo di autori (in primis lo stesso Fernández) stanchi delle tristi logiche che regolano il mercato editoriale italiano. Un progetto coraggioso, caparbio, direi di un altro mondo, d’altrove, appunto.

Roberta Yasmine Catalano

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