«Il bosco sull’autostrada»: e dove emigra la fiaba?

Siamo in inverno, in città: dell’inverno c’è solo il freddo, un freddo malato di miseria, e Marcovaldo, eroe fiabesco de-eroizzato, e i suoi famigliari — che da miseria sono affetti — va per legna. In città. Sì, è la città il grande bosco, i suoi nonluoghi senz’alberi ne sono le peripezie, un goffo agente di polizia (Astolfo) sarà una sorta d’innocuo antagonista. E il mezzo magico? Sono Michelino e gli altri figli di Marcovaldo, guidati da un oggetto che potremmo dire fuori tempo massimo: un libro di fiabe: «Il libro parlava d’un bambino figlio di un taglialegna, che usciva con l’accetta, per far legna nel bosco. — Ecco dove bisogna andare, — disse Michelino, — nel bosco! Lì sì che c’è la legna! — Nato e cresciuto in città, non aveva mai visto un bosco neanche di lontano».

Insomma, ci troviamo in compagnia di personaggi fiabeschi: ce lo conferma il libro di fiabe, che contiene — qui certo caricati di drammatica comicità — tutti gli elementi essenziali della storia di Marcovaldo e Michelino: ma dov’è il bosco? Il bosco è sull’autostrada. Qui — come vedremo tra poco — è costretto a emigrare il fiabesco e qui è messo in pericolo di morte! (Ma su queste problematiche specifiche connesse a bosco e autostrade, e a loro volta alla letteratura, sarà inevitabile che io ritorni in articoli successivi; ma non qui, altrimenti divagherei).

Avevo letto a scuola, primissimi anni duemila, questo breve racconto, Il bosco sull’autostrada… l’avevo dimenticato: me lo sono ricordato domenica 18 marzo 2012, e da allora mi è impresso davanti agli occhi ogni giorno. Perché la scaturigine di questo ricordo, adesso ossessivo, è stata una straordinaria illustrazione di Roberto Innocenti, comparsa sulla prima pagina di «La Lettura» del «Corriere della Sera», col titolo Molto meglio emigrare.

Gli elementi ci sono tutti: il fiabesco, i taglialegna, il bosco. C’è anche l’autostrada, ve l’assicuro.

Però il fiabesco — rappresentato da una folta delegazione di personaggi, guidati in prima linea da un grillo parlante che sembra, però, tra l’ammutito e l’inebetito — è triste, come sterilizzato in un contesto, cioè l’habitat che da sempre gli era proprio, nel quale feroci taglialegna — più meccanici che umani — hanno annullato l’humus che ne faceva da fondo, su cui il fiabesco affondava da sempre i propri piedi e le proprie radici.

«Molto meglio emigrare», sì. Ma tornando alla nostra domanda iniziale: dove emigra, a questo punto, la fiaba? Difficile dirlo; direi, difficile ipotizzarlo, date le circostanze. Verrebbe da dire che, il fiabesco, vittima di orrende mutazioni genetiche, è destinato a ri-vivere — anzi, a ri-morire! — nella nuova idea di bosco, la sola possibile negli orizzonti della contemporaneità che, certamente con componenti comiche, Calvino delinea in Marcovaldo. Quell’autostrada che nell’illustrazione non si vede, ma che ho prima assicurato che c’è, altro non è che la futura foresta che sostituirà quella arborea appena tagliata: e ve ne sono già i primi indizi in cartelli stradali (peraltro neppure in legno, com’erano invece quelli di Marcovaldo) e antenne!

Insomma, il richiamo — rileggendo un indimenticabile Calvino alla luce di questo nuovo, ed altrettanto indimenticabile, Innocenti — può essere a quanto evidenzia, lì parlando di Cosmicomiche, Serenella Iovino in un suo scritto [“Quanto scommettiamo? Ecologia letteraria, educazione ambientale e Le cosmicomiche di Italo Calvino”, Compar(a)ison 2007, pp. 107-123]: cioè, che «la fiaba, in particolare, è il gioco continuo del come se. E’ il mondo come se al fondo di ogni vicenda ci fosse realmente una morale; è far parlare esseri non umani come se avessero un linguaggio accessibile all’umano; è una ricostruzione dell’universo come se ci fosse una continuità tra le forme del passato e quelle del futuro, dell’umano e del non umano, del reale e dell’immaginario» [p. 122]. Il fiabesco, il raccontare, si presenta come il motore letterario e, quindi, umano, dell’unica «nostra vincente strategia di sopravvivenza» [p. 123] in un sistema uomo-natura: con i presupposti sopra detti, la crisi è viscerale: la via d’uscita è in un ritorno intelligente, non solo ad un’idea, ma ad una pratica di Bosco che somigli sempre più a quel Bosco Vecchio (con le maiuscole!) che fu di Buzzati e sempre meno all’attuale bosco sull’autostrada di Marcovaldo…

Paolo Steffan

Immagine (a destra) : “Molto meglio emigrare”: illustrazione di Roberto Innocenti per “La Lettura”

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