Buon compleanno, Boccioni! Le avanguardie invecchiano male…

In occasione dei 130 anni dalla nascita di Umberto Boccioni (Reggio Calabria, 19 ottobre 1882 – Verona, 17 agosto 1916)

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Le avanguardie invecchiano male – scriveva Nicolàs Gòmez Dàvila in Tra poche parole – perché portano con sé «un nuovo modello di progressismo che accantona con disprezzo il modello precedente» in un’infinita moltiplicazione di sistemi autoreferenziali che aspettano solo una nuova moda capace di contraddirli e delegittimarli. Anche René Girard in La voce inascoltata della realtà si pronuncia contro questo «terrorismo dell’innovazione» – un percorso attraverso il quale l’incoerenza, e il risentimento (termine che Girard mutua da Nietzsche), sono diventate le grandi virtù intellettuali delle avanguardie.

E infatti è proprio con le avanguardie che il valore dell’innovazione e del progresso si è manifestato per la prima volta nella storiaLe avanguardie: la matrice militare di questo termine dovrebbe ispirarci non poche domande…

Come ha scritto Maurizio Pallante, le avanguardie hanno da subito «trovato il sostegno dei settori industriali, finanziari e politici interessati ad accelerare i processi di modernizzazione, industrializzazione e urbanizzazione avviati in quegli anni, a sostituire nell’immaginario collettivo il valore della conservazione e dell’attaccamento al passato col valore del cambiamento e della proiezione verso il futuro» (“Arte e decrescita”, Il Giornale del Ribelle, il ribelle.com n°33, Giugno 2011).

Ma di quale futuro si sta parlando?

Possiamo dire che una delle caratteristiche delle avanguardie è la fede in una nozione di progresso lineare infinito, per così dire, ad libidum. Una fede che trova totalmente la sua legittimazione nella scienza e nell’evoluzione tecnica dell’uomo e dei suoi strumenti.

Lo stesso entusiasmo per la guerra e le armi, che troviamo nei futuristi, non è che l’occasione più rumorosa e più ovvia per venerare la macchina.

In Boccioni, artista raffinato e ardito pensatore, questi concetti si fanno più sofisticati.

È interessante rileggere, dopo 130 anni dalla sua nascita, il suo Manifesto tecnico della scultura futurista (11 Aprile 1910).

Possiamo dire che Boccioni mira a realizzare «una realtà completamente ricreata», con un enorme sforzo prometeico che vorrebbe fare dell’uomo il solo creatore del suo mondo e, forse, anche di tutti gli altri possibili mondi. Ma perché l’uomo possa diventare l’onnipotente demiurgo di tutte la realtà – e le realtà – c’è bisogno di ripensarla da zero, questa realtà, con nuove regole, concetti, proposizioni. E qui entra in gioco la fede nella tecnica che, in qualche maniera, permette di sezionare, dividere, organizzare razionalmente, generare dal niente.

Ma c’è di più, perché la tecnica in Boccioni indaga anche una dimensione ultrareale, potrei dire “invisibile”, ovvero la dimensione del movimento.

Il movimento è la funzione che fa dialogare i corpi e le cose fra di loro, che indaga la la loro relazione. In qualche maniera, se controlli il movimento, controlli la realtà. O, ancor di più, se riesci a ricreare il movimento, riesci anche a ricreare la realtà (l’obbiettivo è letteralmente ricreare, non soltanto rappresentare…).

Per Boccioni «in scultura come in pittura non si può rinnovar se non cercando lo stile del movimento, cioè rendendo sistematico e definitivo come sintesi quello che l’impressionismo ha dato come frammentario, accidentale […] la scultura deve quindi far vivere gli oggetti rendendo sensibile, sistematico e plastico il loro prolungamento nello spazio, poiché nessuno può più dubitare che un oggetto finisca dove un altro comincia e non v’è cosa che circondi il nostro corpo: bottiglia, automobile, casa, albero, strada che non lo tagli e non lo sezioni con un arabesco di curve e di rette».

Ora apparirà più chiaro, certamente, il legame profondo fra un’avanguardia come il futurismo e la fede nel progresso della tecnica. Una fede che ha una connotazione, almeno inizialmente, tutta occidentale e che, partendo da fascinazioni immediate, riesce a elaborare anche una raffinata speculazione filosofica. Una fede che è, in sostanza, la conseguenza di un antropocentrismo sfrenato. Oserei dire: un misticismo della macchina.

Ancora qualche considerazione di Maurizio Pallante ci dà qualche spunto di riflessione su come il potere economico è riuscito a strumentalizzare le arti per promuovere i proprio ideali e i propri stili di vita:

«Anche quando la collaborazione tra le avanguardie artistiche del novecento e i settori economico-produttivi in ascesa non è stata diretta, come è avvenuto con i futuristi, il Bauhaus e Le Corbusier, la sintonia è stata totale e si è tradotta in un sostegno reciproco: gli artisti d’avanguardia hanno contribuito in maniera determinante a fornire dignità culturale al sistema di valori di cui il sistema economico e produttivo finalizzato alla crescita della produzione e del consumo di merci aveva bisogno per affermarsi; il sistema economico e produttivo ha favorito l’affermazione delle avanguardie artistiche mettendo a loro disposizione gli strumenti del suo potere: gallerie, musei, università, istituzioni culturali, committenti, collezionisti, critici, giornali. Valorizzando le avanguardie rafforzava la loro capacità di valorizzare i mutamenti culturali di cui aveva bisogno per conquistare un consenso generalizzato al modello economico e produttivo che stava cambiando totalmente il modo di vivere delle persone e l’organizzazione sociale» (“Arte e decrescita”, cit).

Va da sé che tutti possiamo constatare da soli il degrado umano, ambientale, sociale, economico …in cui siamo precipitati a causa di questa sfrenata fede nel progresso.

Questo non significa che tutto il pensiero delle avanguardie sia da cestinare, come se fosse un grande errore nel libro della Storia. Sarebbe troppo pretenzioso sostenerlo. E sarebbe sbagliato imputare al progresso tutti i mali della Storia. Poiché è pur sempre l’uomo a far cattivo uso degli strumenti che lui stesso crea. Poiché certamente è possibile un progresso sostenibile.

Ma, di certo, deve nascere in noi una seria riflessione sul legame fra arte e poteri economico-produttivi, fra arte e realtà. In ultima analisi, fra arte e verità.

L’uomo non può pensare di comportarsi con la tecnica come fa un bimbo con i suoi giocattoli. Perché la tecnica è un giocattolo speciale. È un giocattolo molto pericoloso, e può arrecare danni irreparabili. L’uomo non può pensare di avere libero arbitrio sulla realtà, addirittura di poterla ricreare a suo piacimento o a seconda delle teorie scientifiche che man mano concepisce.

Nei confronti del mondo abbiamo una speciale responsabilità. Di quale natura sia questa responsabilità si potrebbe parlare molto. E forse non guastano le riflessioni sulla “Antropo-ecologia”. Scrive ad esempio Piero Ciampi: «Si tratta quindi d’intendere l’idea di un’antropo-ecologia basata sulla tradizionale responsabilità sacra dell’uomo nei confronti di sé stesso, dell’ambiente naturale e del creato tutto» (Antropo-ecologia, Terre Sommerse 2006, dall’introduzione).

Il mondo non è il nostro parco giochi.

Dunque, se fra progresso e avanguardia c’è un legame così forte, c’è allora da chiedersi quale sia il futuro delle “nuove” avanguardie, o di tutti quei gruppi artistici che si rifanno direttamente o indirettamente ai linguaggi, alle fascinazioni, alle istanze, agli sperimentalismi … delle avanguardie. Che cosa possono ancora comunicare a un mondo che, a causa di questo tanto osannato progresso, si trova a dover affrontare – per dirne una – la più grande crisi ambientale della Storia.

Forse, azzardando qualche riflessione, potremmo dire che nell’arte ci è concesso trovare un campo libero e sicuro dove esercitare la nostra fantasia, sperimentare fino a che punto può spingerci e spingersi la nostra mente. Certo, solo nell’arte però, e solo a condizione che questo libero arbitrio resti nell’ambito del gioco, dell’innocenza, della sicurezza. Solo nella ferma consapevolezza di questi limiti.

Se leggiamo Boccioni in quest’ottica, allora, diventa un grande maestro di ritmo, o meglio di una aritmia plastica, che riesce a raggiungere un’avvincente organicità nonostante il suo apparente disordine. Una fisiologica, più che una logica armonica. O ancora, possiamo perderci nei plurimi livelli comunicanti dei suoi quadri, e cercarvi le suggestioni – fisiche e metafisiche – che ci servono a riposizionarci più correttamente e facilmente nella realtà.

Certo, non potremo mai perdonare a Boccioni una frase come questa: «l’aprirsi e il richiudersi di una valvola crea un ritmo altrettanto bello ma infinitamente più nuovo di quello d’una palpebra animale!». E anche i nostri amici animali, se sapessero leggere, storcerebbero il muso.

In ogni caso, a Boccioni facciamo i nostri migliori auguri di buon compleanno, e lo ringraziamo per averci inviato a guardare oltre l’orizzonte!

Riccardo Raimondo

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Immagini (dall’alto verso il basso):
1. Umberto Boccioni, “Forme uniche della continuità nello spazio”, 1913, bronzo, cm 112 x 40 x 90, Milano, Civiche Raccolte d’Arte
2. Boccioni Umberto, “Carica di lancieri”, 1915, tecnica mista su cartone, 32 x 50 cm, Pinacoteca di Brera, Milano
3. Umberto Boccioni, “Stati d’animo II, gli addii”, 1912, olio su tela, cm 70.5 x 96.2,  New York

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  1. Grazie ad una fortunata serie di collegamenti e click, sono capitata in questo blog e subito ha destato il mio interesse. Mi sono sentita dunque di esporre qui la mia piccola difesa verso il Futurismo e l’arte di Boccioni. Penso che, nonostante il legame profondo tra Futurismo e fede nella tecnica, le Avanguardie abbiamo giocato un ruolo importante nella cultura italiana ed europea: Boccioni era certamente figlio del suo tempo e delle distorture che esso con sé portava così come noi, nel XXI secolo, siamo figli delle nostre. Sono convinta che il valore estetico sopravviva nel tempo a quello ideologico, e si tratta per Boccioni di un’arte immortale. Inoltre, mi sento di dire che uno dei valori del Futurismo è stato quello di privarsi del peso della tradizione, un’operazione – non entro nei contenuti – che libera l’uomo dall’appiattimento a valori eterni e immutabili.
    Continuerò a leggervi. Un cordiale saluto.
    Annalisa

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