Il vento delle colline: la poesia di Gianluigi Sacco

Gianluigi Sacco è nato nel 1937 a Varzi, sulle colline di Pavia. Libri, ne ha pubblicati quattro: Lo scialle azzurro (Guardamagna, 1987), Canta i paesi tuoi (Mpe, 1995), Vicino a casa (Edizioni E-etCì, 2003), Il vento delle colline (Edizioni clandestine, 2005).
È quel tipo di poeta paziente che in quasi trent’anni non ha scritto più di quaranta poesie. Non c’è urgenza: per chi scrive di memoria, invece che di pancia, non c’è fretta. Sacco è “poeta del libro solo”, quello che rimugina, che lima, che cambia posizione al verso, lo accorcia, lo allunga; che cambia il titolo, aggiunge un punto e una maiuscola: da un libro all’altro la poesia fermenta, cresce, si matura.
Sacco ha collezionato un plico di fogli e foglietti con note, motivazioni di giurie, lettere di poeti e critici che si sono interessati a lui: Paolo Ruffilli, Giuliano Ladolfi, Carlo Muscetta, Pasquale Maffeo, Liana De Lucia, Milo De Angelis. Proprio quest’ultimo firma una breve nota nella quarta di copertina de Il vento delle colline: “Sacco ci mostra con la densità della sua scrittura, con un verso assorto e cadenzato, la forza di ciò che scompare, un colloquio con le ombre, un mondo di legami familiari assediati dal tempo e dallo scorrere delle stagioni, il sentimento di una natura carica di segnali e di presentimenti, percorsa dalla forza dell’invisibile.”
Economie familiari, case rovinate e case ancora in piedi, lasciate in eredità, riabitate. E poi due nonni, personaggi chiave della sua poetica: il primo disordinato, alzava il bicchiere, pieno di favole: “Mio nonno mi raccontava storie / meravigliose: mio nonno / era un lupo: / nelle sue storie / c’era sempre una volpe / che si prendeva gioco di lui”; la seconda misurata, paziente, sempre in attesa, lei che “Si pettinava ogni sera / prima di coricarsi / – temeva di non svegliarsi? – / voleva “essere in ordine” / diceva, se mai da qualche parte / avesse dovuto presentarsi…”.

La nonna era la vigna, il nonno era
il violino, aiutami memoria, poi
che discese il buio tra quei filari.
Lui falegname era il violino sì
e anche il bicchiere, poi sempre più
violino e archetto e sempre meno
falegname e sempre più il goccetto
da non sentir la fame… restano
lunghe note qui sul labbro, dentro
il cuore, sempre tornano vivi quei
motivi. Giorni lontani, lei per lui
la vendemmia la cantina… giorni
lontani e caldi, lui per lei ora
Tartini e Albinoni ora Vivaldi…
aiutami memoria, resta lei vigna
e lui bicchiere e quel violino
fra archetti vari e nell’orecchio
lunghe note acute, ed una scritta
all’interno “antonio stradivari
faciebat anno 1713” – salute.
(La vigna, il violino)

Il passato torna presente, “aiutami memoria”: i ricordi fluiscono leggeri, si rincorrono a vicenda disegnando abbracci di figure, un mento sul violino. Non fosse per la leggerezza, per l’alta liricità dei componimenti, si direbbe Sacco un poeta ossessionato dal tempo, un tempo legato al paesaggio, che si fa mito.
È chiaro il debito nei confronti di Pavese: non solo per il ritmo dei versi, per la frase breve; né per l’uso del presente o i temi dell’estate e della luna; piuttosto, è come s’intrecciano i luoghi, che sono eterni, con l’identità individuale del poeta; come il suo tempo combacia con un tempo immobile, sacro, mitico:

                                 “[…] Ora so:
anche noi siamo fatti
della stessa terra di queste colline
che ancora si struggono -”

A volte pare di rivedere in Sacco quell’Anguilla de “La luna e i falò”, personaggio che “torna” al proprio paese e si conosce, si riconosce, parte di un tutto che resta e non si perde, nonostante adesso sia rimasta “Solo una goccia di luna dove credevo / ci fosse una fontana”. Il ricordo è presente; spesso Sacco sembra scrivere adesso guardando all’immobilità di fuori, dal balcone, eppure è chiaro che è un bimbo che parla, è un bimbo quello che ascolta chi suona “le ringhiere / come corde di chitarra”.
Nonostante il richiamo all’opera di Pavese, la malinconia rimane tale, non sfocia mai nella disperazione. Anzi, come nota Liana de Lucia, c’è nella poesia di Sacco un “forte senso del bene di vivere”, un’esplicita speranza di vita e nella vita: siano i gesti di fede della nonna, o le parole della vecchia Adelaide, siano i cicli fedeli delle vigne:

So che non verrai, lo sento, ma tu
l’avresti mai detto che quel rametto
stento che infilai nella bottiglia
mesi addietro… oggi ha messo
un fiore, rovente, e con tanto d’occhi
e ciglia, e sembra di non sapere
ch’è ottobre, e pare già morir
di meraviglia:
così farò
di questa domenica che tu mi mandi
grigia di lontananza; anche questa
infilerò nella bottiglia insieme
a qualche goccia di speranza: vedrai
che fiorirà una volta… e intanto
il giorno si assottiglia e il lunedì
s’avanza, e c’è una nuvola
che ti somiglia.
(Il fiore, la nuvola)

Riti antichi, “dimenticate liturgie”, “dimenticata pietà”: temi sacri che affiorano anche in una delle poesie più riuscite del libro, “Il silenzio dei secoli”, dove “nei pressi di una Certosa”, il poeta “legge nell’aria […] di vite appartate / la cura volta al colloquio / assiduo con Dio / alla preghiera”; dove, dal chiostro, altro non può chiedere che “un giorno di eternità”.
Non è tutto colline e campagne il ricordare di Sacco: c’è il suo lavoro di ferroviere che compare nei versi di “Dopolavoro Trenitalia”, dove protagonista, oltre al tempo che sa di “legno vecchio”, è una barista della stazione: “Tra le file / delle bottiglie, dentro lo specchio / il tuo gesto decideva le mie sere, / quando segnavo al compagno di briscola / che m’era toccata la regina di cuori”; la città, Milano, i “semafori troppo brevi, la maniglia / gelida a contatto con il tuo sogno / interrotto”; e poi la Grecia, patria della moglie Antigone e patria, pure, di Sacco: “mentre tu dormi il sonno di una dea antica / rivedo il ragazzo scalzo sui ciottoli / di paese, lontano da qui; anche il frutto / che mordo alla finestra ha il sapore / di quel cielo, e l’urlo della donna / che chiama è una voce remota che già sapevo.”

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Informazioni su Giorgio Casali

Nato nel 1986, vive sulle colline reggiane. Speaker di Radio Antenna1 101.3 dal 2009 al 2014 con il programma "Bankshot", recensisce narrativa, musica e poesia su varie Webzines. Ha pubblicato le raccolte di poesia "Attaccamenti" (Albatros, 2010), "Notte provincia" (Edizioni clandestine, 2011), "Poesie" (autoproduzione, 2012) e “Sotto fasi lunari” (Incontri editrice, 2013). Cinque sue poesie sono raccolte nell'antologia "Poeti di corrente" (Le voci della luna, 2013), curata da Anna Ruotolo e Riccardo Raimondo. Con il pittore Andrea Chiesi ha pubblicato il catalogo d'arte "19 paintings 19 poems" (Italian Cultural Institute in New York, 2014), dal quale è stato estratto lo spettacolo "Forma Suono Parole", con la collaborazione musicale dei Siegfried, presentato la prima volta al Poesia Festival 2014.

  1. Finalmente poesia che mi fa tornare la voglia di leggere poesia. Gradita segnalazione, grazie

  2. Pingback: Cinque poesie da “Il vento delle colline” (Edizioni Clandestine 2005) di Gianluigi Sacco « giocattoli

  3. Ora ho capito perché suonava familiare!!!! Anche a me sta tornando la voglia di leggere, fossi Sacco descriverei questa sensazione così:
    “ma tu
    l’avresti mai detto che quel rametto
    stento che infilai nella bottiglia
    mesi addietro… oggi ha messo
    un fiore”?

    Grazie Casali

  4. Grazie a lei Maria Antonietta.

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