Pasolini, da «Ciasarsa» all’inferno (per il 2 novembre 2012)

Propongo anche su queste pagine un breve articolo per ricordare la figura del poeta Pasolini, assassinato sul lido di Ostia il 2 novembre 1975. Chi scrive deve molta della sua sensibilità e formazione intellettuale alle opere letterarie e filmiche sue. L’articolo è stato originariamente composto per il blog curato da Angela Molteni, pasolinipuntonet, figlio del glorioso sito pasolini.net, sul quale contribuii in passato.

fonte: pasolinipuntonet

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Quest’anno — in occasione del XXXVII anniversario dell’uccisione di Pasolini — voglio ricordarlo partendo dalle antiche Poesie a Casarsa. Tengo tra le mani, nel farlo, un bel volume stampato nel 1975 e intitolato La nuova gioventù (Torino, Einaudi, ’75). In esso le Poesie a Casarsa costituiscono la prima e più antica (1941-43) sezione di La meglio gioventù, poi ripresa negativamente nella prima corrispondente sezione della Seconda forma de «La meglio gioventù».

Per quanto riguarda la prima, si tratta della raccolta che si apre con la celebre terzina di Dedica (p. 7)

Fontana di aga dal me paìs.

A no è aga pì fres-cia che tal me paìs.

Fontana di rustic amòur.

Pasolini dedica queste piccole poesie giovanili alla «meglio» acqua, che è quella del suo paese, pregna di rustico amore, come rustica è la lingua tradizionale del suo Friuli: forse l’acqua di quel meraviglioso angolo di mondo che — malgrado tutto — è ancora oggi Versuta, presso la cui chiesetta è stata costruita dall’architetto Paolo De Rocco una fontana profondamente connessa alla vicenda letteraria friulana di Pasolini (cfr. Gasparotto 2005). Infatti la fontana di Versuta è intelligentemente bifronte, come il dio Giano e come il Pasolini della Nuova gioventù: egli infatti guarda verso un passato di rustic amour (la «meglio gioventù» impressa sulla faccia della fontana che guarda verso la chiesetta) e un presente/futuro di amòur par nissùn (la «nuova gioventù» della faccia che si vede nella fotografia che ho allegato); così infatti cambia l’acqua nella riscritta Dedica del ’75 (p. 167):

Fontana di aga di un paìs no me.

A no è aga pì vecia che ta chel paìs.

Fontana di amòur par nissùn.

Ci appare così — nel complesso della Nuova gioventù — un Pasolini scisso in due: uno profondamente innamorato e immerso nel mondo antico della sua giovinezza, l’altro terribilmente lacerato e disamorato del mondo consumistico, quello che già ha contaminato la purezza del suo paesaggio naturale ed umano, costringendo la sua delicata e complessa anima a distaccarsi da ciò che gli era più viscerale: il me paìs e la profonda sua identità vengono ripudiati, esso diventa chel paìs.

***

Questa lacerazione, prodottasi proprio alla radice della raccolta di versi — a mio parere — più intimamente bella che Pasolini abbia scritto, è solo l’acme di una grave scissione che colpisce l’interiorità del poeta, condizionando altre sue significative esperienze. Sto pensando, per esempio, a La Divina Mimesis, perché è una delle opere che preferisco. In essa Pasolini appare nella veste di accompagnato e di accompagnatore dentro l’inferno del mondo contemporaneo, che è anche l’inferno della sua anima, stretta tra un sofferto isolamento e l’arrendevolezza al conformismo che tutto e tutti divora, in quegli anni sessanta (ai quali risale la stesura della Mimesis). Così il Pasolini-Dante, «colui che dice io […] ha perso l’allegrezza, è spossato al profondo di sé: scopre davanti ai propri occhi le atroci bestie stanate “dai ripostigli comuni” della propria anima, il proprio inconscio, cioè, dilapidato»; mentre il Pasolini-Virgilio è «un se stesso realizzato, che si muove spedito, quasi spudoratamente felice per una raggiunta razionalità» (Siciliano 1975/2006, p. 86). Siamo invece felici noi, che — pur nella necessaria costanza del sofferto, violento dualismo — nell’opera del poeta friulano abbia prevalso il sentimento del Pasolini-Dante, magari spesso comunicato con la sicurezza di sé del Pasolini-Virgilio.

***

Di tutto questo amore mutato in disamore, e del conflitto tra l’una e l’altra realtà, di cui a noi resta concretamente la faccia peggiore, persiste però anche l’altissima prova di stile del complesso delle poesie friulane, restano i lugubri scenari degli inferi della Mimesis, resta una lezione che va considerata — da chiunque sia ancora dotato di senno e di una superstite traccia di rustic amòur — tra le più preziose della storia letteraria e civile d’Occidente.

Resta poi, una tomba, in uno degli angoli ancora belli della «Ciasarsa» di Pasolini; una tomba sulla quale da poco è morto il grande nobile lauro che dava rigoglio alla memoria poetica pasoliniana: ma in suo luogo, tanti giovani nuovi germoglianti arbusti hanno ridato vita a quella pianta, e con essa alla sempreverde sua poesia.

Restano infine, poco sotto, accanto a quelle della madre Susanna, le «ceneri di Pasolini», alle quali più volte ho reso sentito e commosso omaggio (e dell’ultima volta conservo questa foto, che qui volentieri allego), come anche oggi ho fatto con questa modesta brevità.

Paolo Steffan

Riferimenti bibliografici:

– Pier Paolo Pasolini, La nuova gioventù, Torino, Einaudi, 1975.

– Lisa Gasparotto, Pier Paolo Pasolini a Casarsa, S. Vito al Tagliamento, Pro Casarsa Della Delizia, 2005.

– Enzo Siciliano, L’inferno postumo di Pasolini, 1975, ora in Pier Paolo Pasolini, La Divina Mimesis, Milano, Mondadori, 2006.

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Didascalie:

Immagine in alto a destra: La fontana di Versuta (foto di Paolo Steffan, 2012) 

Immagine in basso centrale: Paolo Steffan presso la tomba di Pasolini, a Casarsa (foto di Chiara Pasin, 2012)

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