Arquà, l’ultima dimora del Petrarca – di Teresa Caligiure

 

di Teresa Caligiure *

fonte: samgha.wordpress.com, 2 settembre 2012

«Io non mi trovo né a Padova né a Venezia, città dove infuria la peste, ma fra i colli Euganei, in un luogo […] ameno e salubre, dove, attratto dalla bellezza del sito e dall’amor che mi porta,  il signore di queste regioni, tuo amico,  viene spesso a trascorrere del tempo con me».[1]

Quando Francesco da Carrara, signore di Padova, gli fa dono di un terreno ad Arquà, sui colli Euganei, a quindici chilometri dalla città, Petrarca prende la decisone definitiva e, nel marzo del 1370, dopo aver diretto i lavori per la costruzione della sua nuova casa, vi si trasferisce.

Nel corso dell’estate del 1368, tra agosto e settembre, il poeta aveva stabilito, infatti, su insistente invito di Francesco da Carrara, la sua  dimora a Padova, nella casa che, in qualità di canonico, gli era stata affidata da Jacopo da Carrara già nel 1349 nei pressi della cattedrale pavese e dove si fermava da anni saltuariamente. A Padova risiedono amici di lunga data e nuovi, tra cui i fratelli Bonaventura e Bonsembiante Badoer, monaci agostiniani, il medico Giovanni Dondi, l’umanista Lombardo della Seta e il condottiero fiorentino Manno Donati.

Dal suo nuovo rifugio scrive al fratello Gherardo: «Qui fra i colli Euganei, non più lontano che dieci miglia da Padova mi fabbricai una piccola ma graziosa casa, cinta da un oliveto e da una vigna che danno quanto basta ad una non numerosa e modesta famiglia. E qui, sebbene infermo del corpo, io vivo dell’animo pienamente tranquillo lontano dai tumulti, dai rumori, dalle cure, leggendo sempre e scrivendo, e a Dio rendendo lodi e grazie».[2]  E’ il ritratto del savio, ormai esente dalle passioni, che vive in una modesta casa nella quiete della campagna, lontano dal tumulto della città, dedito all’otium letterario e alla preghiera, simile a quello delineato circa trent’anni prima a Valchiusa in una celebre epistola a Giacomo Colonna,[3] in cui Petrarca descrive la sua giornata tipica. Ma a quel tempo, nell’«aurea egestas» di stampo oraziano, in una piccola casa rurale, in compagnia degli amici libri, indifferente all’invidia e alla superbia,[4] il poeta è legato alla catena diamantina della passione amorosa e il ricordo di Laura lo tormenta, diventando ossessivo persino nelle notti insonni.[5]

Arquà, dimora fissa degli ultimi anni del poeta, pur fra gli spostamenti temporanei in altre città, non si esaurisce, però, con l’immagine del savio che vive nell’otium della solitudine euganea e incontra pochi amici scelti (ideale profilo autobiografico che Petrarca propone più volte nelle sue opere), piuttosto conferma la personalità multiforme del fondatore dell’Umanesimo, che ha compiuto viaggi alla scoperta di codici antichi, ma anche missioni presso papi e imperatori, che vive con apprensione la situazione politica italiana ed Europea, che ha intrecciato nel corso degli anni, grazie alla stima e alla fama meritata, numerose relazioni con principi, pontefici e personaggi influenti del panorama europeo contemporaneo, come dimostra il suo fitto carteggio. La sua presenza è preziosa e richiesta anche in questi anni: Francesco da Carrara lo manda in missione a Venezia, il 27 settembre del 1373, per accompagnare il figlio Jacopo e pronunciare il discorso di introduzione per l’atto di sottomissione di Padova ai veneziani.

Quando si trasferisce nella sua nuova casa di Arquà, Petrarca ha quasi compiuto sessantasei anni e vive in maniera intensa la sua posizione di intellettuale: è diventato un punto di riferimento culturale e le sue idee politiche e letterarie fanno discutere, interessano. In questi anni poi Padova sta diventando un prestigioso centro culturale, polo di attrazione per intellettuali e studiosi, e la casa del poeta è meta di amici e visitatori illustri, tra i quali Boccaccio. E’ possibile visitare la dimora di Arquà ancora oggi con le modifiche successive alla morte del Petrarca, come gli affreschi cinquecenteschi ispirati alle sue opere e la loggetta esterna da cui si accede attualmente. La casa, costruita su due piani, si affaccia su un bel panorama.  «All’interno – così la descrive Wilkins –  si trovano due mobili che furono usati probabilmente da Petrarca nel suo studio: una poltrona e un cassettone verticale diviso in quattro scomparti, in cui probabilmente riponeva dei libri adagiati sui lati».[6]Quasi certamente in casa c’era un dipinto della Vergine, opera di Giotto, a cui il poeta tiene moltissimo e che lascia, come si evince dal testamento, al suo ultimo protettore Francesco da Carrara. L’esterno e i lavori di costruzione e adattamento della casa vengono seguiti dallo stesso scrittore, che si vanta di essere un buon giardiniere, scegliendo con cura  piante e arbusti. Tali luoghi hanno suscitato forte curiosità nel corso del tempo, si pensi al devoto pellegrinaggio dell’Alfieri o all’interesse del Foscolo, che ne ammira e celebra la bellezza della natura.

Certamente Arquà rappresenta, sia per consapevole intenzione del poeta, sia per i dati biografici, l’espressione delle ultime volontà dell’autore. Se quasi tutte le opere vengono scritte, iniziate o ideate nella solitudo iocundissima[7] di Valchiusa, come afferma Petrarca stesso,[8]  proprio ad Arquà, mediante le ultime e numerose epistole, la messa in ordine dei RVF,  la composizione e la  stesura dei capitoli finali di alcune opere, il cerchio si chiude […]

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[1] Sen.,  XIII, 10, 3 a Pandolfo Malatesta, allora signore di Fano, Pesaro e Rimini.

[2] Sen., XV, 5, 5;  lettera scritta quasi sicuramente ad Arquà, nella primavera del 1373, cfr. F. Pétrarque, Lettres de la vieillesse, édition critique d’E. Nota, traduction de C. Laurens, présentation, notice et notes de U. Dotti, 4 tomi, libri I-XV, Paris, Les Belles Lettres, 2002-2006, tomo IV, p. 602.

[3] Epyst. I, 6, datata 1338.

[4] Epyst., I, 6, 3-18.

[5] Così continua l’epistola: «Che mi giova  aver un poco saziato la sete al fonte delle Muse, se un’altra sete mi brucia, e perennemente infuria nel mio cuore? […]. Ma ella ancora m’insegue, e, tentando di riprendere il suo dominio, ora mi appare quando veglio, ora con aspetto turba con vari terrori il mio sonno agitato» (20-22; 126-128).

[6] E. H. Wilkins, Vita del Petrarca, nuova edizione a cura di L. C. Rossi, traduzione di R. Ceserani, Milano, Feltrinelli, 2003, p. 264.

[7] “Transalpina solitudo mea iocundissima”, didascalia  in calce al disegno che ritrae Valchiusa, probabilmente di mano dell’autore, vergato a margine del codice che Petrarca possedeva della Naturalis historia di Plinio il Vecchio.

[8] Posteritati,  24.

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DIDASCALIE (in ordine di apparizione):

1, 2. Arquà, casa di Francesco Petrarca

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