Una recente moda filosofica: il nuovo realismo (new realism) – di Costanzo Preve

1. Ai primi di dicembre 2011, in contemporanea con il commissionamento della politica italiana da parte della giunta Monti (filosoficamente interpretabile come il passaggio dall’illusionismo idealistico di Berlusconi al realismo materialistico di Monti) si è tenuto a Torino un convegno di lancio pubblicitario di un nuovo brand filosofico, il nuovo realismo, definito direttamente in inglese new realism per piacere subito ai padroni imperiali americani, che oltre ad avere sport nazionali (baseballfootball americano) hanno anche ovviamente una filosofia nazionale, la filosofia analitica. Il padrone di casa era Maurizio Ferraris, vecchio allievo di Vattimo che ovviamente ha ucciso il padre (come fanno regolarmente i filosofi, Giorello con Geymonat, Rovarotti con Paci, Vattimo ed Eco con Pareyson, eccetera). Presenti anche molti membri del jet-set colto italiano, dal bobbiano di regime Zagrebelski al moralista antiberlusconiano ed antiratzingeriano Flores d’Arcais fino al prezzemolo di incontri come questo, il pagliaccio Umberto Eco.

Non vado mai a fare lo spettatore passivo di questi riti accademici di intellettuali. Ma commentarle questo sì. E mi sembra anche giusto.

2. Una premessa. Nonostante la stima personale che nutro per la commentatrice torinese Franca d’Agostini (di cui si legga l’educata stroncatura del convegno in “Repubblica”, 7/12/2011), non condivido la messa sullo stesso piano dei cosiddetti “continentali” e dei cosiddetti “analitici”. Si tratta di una bestemmia preventiva e di uno in proiezione subalterna del peggior americanismo. I cosiddetti “continentali” sono la sola ed unica filosofia esistente al mondo, la philosophia perennis, che nasce con i greci, passa attraverso l’esperienza cristiana ed infine sfocia in giganti come Spinoza, Kant, Fichte, Hegel, e Marx. I cosiddetti “analitici” sono una curiosa ed irrilevante scuola britannica, esito dialettico dello scetticismo, dell’empirismo e dell’utilitarismo, che si caratterizza per trattare da “oggetti” sia i concetti astratti sia gli oggetti concreti, e che ha come logica immanente la delegittimazione radicale di qualunque universale normativo, in modo che di fatto l’unica universalità normativa rimasta possa essere il dominio totalitario dei mercati economici. Che questo sia già stato chiaro ai suoi fondatori, ad esempio il secondo Wittgenstein, non lo credo. Probabilmente Wittgenstein voleva esercitare una terapia antimetafisica del linguaggio, perché veniva dalla generazione sciagurata degli anni Venti che credeva in buona fede che la metafisica fosse stata responsabile indiretta dello scoppio della prima guerra mondiale. Ma l’inferno è lastricato di buone intenzioni.

Nessuno mi può chiedere di prendere sul serio la teoria della razza di Rosenberg oppure la teologia dei Testimoni di Geova. Il fatto che ci si chieda di prendere sul serio una pagliacciata coloniale come la filosofia analitica è considerato semplicemente più cool a causa dello snobismo degli intellettuali universitari.

3. Che cosa significa in filosofia “realismo”? Nel linguaggio quotidiano, unica bussola da cui partire (a cui non fermarsi, come ha magistralmente dimostrato Hegel, che lo chiamava “sapere immediato”), significa il riconoscimento dell’esistenza oggettiva di una realtà materiale esterna a noi. Gli psicologi cognitivisti sanno addirittura determinare i mesi in cui il bambino vi arriva. L’esistenza del mondo esterno non è un dato filosofico, ma una premessa evolutiva della sopravvivenza, da quando attraversiamo la strada per non farci arrotare a quando prendiamo atto di una difficoltà da affrontare.

Deve essere chiaro, quindi, che l’esistenza “reale” del mondo esterno non è mai, proprio mai, maassolutamente mai, un problema filosofico. La filosofia inizia quando la totalità della realtà viene interrogata nel suo significato globale di Bene e di Male e di giusto ed ingiusto, non certo quando ci chiediamo se questa concreta tazzina di caffè esista realmente, e non sia solo uno schema interpretativo o costruttivo. Non fatevi ingannare dai pagliacci che mettono sullo stesso piano, chiamandolo magari pomposamente “ontologia”, la totalità dell’essere sociale e la tazzina di caffè ed il telefonino.

4. Ho usato volutamente parole forti, perché non bisogna mai “stare al gioco” di chi ci prende in giro. Se un furbastro inscatola la sua “merda d’artista”, e la quota sul mercato dell’arte, non bisogna iniziare dotte dissertazioni sul diritto dell’artista allo sperimentalismo o allo “straniamento del punto di vista del moralismo borghese bacchettone”. Neppure per sogno. Bisogna immediatamente fargli fare le scale a calci nel sedere insieme con la sua merda d’artista inscatolata. Una società entra in “decadenza” quando diventa incapace, in preda a complessi di colpa, di effettuare una simile facile operazione.

5. Passiamo ora alle cose serie. L’esistenza degli oggetti esterni dati per presupposti (costruiti o meno kantianamente nello spazio e nel tempo come forme a priori della sensibilità) si chiama in filosofia “realismo gnoseologico”. Ai greci antichi, a tutti i greci antichi, senza distinzione alcuna fra cosiddetti “idealisti” (Platone) e cosiddetti “materialisti” (Epicuro), questo problema era completamente estraneo, e non poteva neppure essere concettualizzato e verbalizzato. Tutti davano per scontata l’esistenza di oggetti esterni, sia i veritativi (Platone, Socrate), sia i convenzionalisti ed i relativisti (Protagora, Gorgia). La messa in dubbio dell’eventuale esistenza del mondo esterno comincia soltanto quando questo mondo esterno viene concettualmente unificato in modo, direbbe Marx, “sensibilmente sovrasensibile”. E questa concettualizzazione unificata dell’essere astratto del mondo può avvenire soltanto in due modi, ed esclusivamente in due: Dio e la Storia. Entrambe le nozioni (teologia monoteistica e filosofia unificata del flusso storico) erano completamente e disperatamente estranee ai nostri padri greci. Il cosiddetto “realismo gnoseologico”, infatti, comincia soltanto quando essi si congedano dalla scena europea, e per semplificare citerò soltanto due filosofi sintomatici: Tommaso d’Aquino e Lenin.

Il teologo domenicano Tommaso d’Aquino pratica il cosiddetto “realismo gnoseologico” perché presuppone l’esistenza esterna alla coscienza umana di una realtà suprema, il Dio della tradizione biblica. Dal momento che Dio, lo vogliamo o no, esiste fuori di noi, è chiaro che la vera conoscenza è in vario modo un riflesso, o un rispecchiamento, di oggetti in ultima istanza creati, o permessi, o concessi da Dio. Solo una presunzione luciferina (il cui primo esponente coerente è stato il tedesco Fichte) ci può far pensare che sia l’Uomo (maiuscolo, alla faccia degli anti-umanisti) a creare, non certo il Sole o la Luna, ma l’intero mondo storico e sociale che conosciamo.

Il militante comunista Lenin adotta la stessa teoria, il realismo  gnoseologico. Si dirà che è strano, in quanto Lenin non solo era ateo, ma considerava attardati e superstiziosi cretini (in buona compagnia con Odiffredi, la Turchetto e la simpatica rivista l’Ateo, cui pure ho a suo tempo inviato un intervento, in seguito pubblicato) quelli che ci credevano. Ma una realtà esterna per Lenin c’era, ed erano le inesorabili leggi dialettiche della storia (si veda il modo bestiale e furioso con cui si relazionava con chi lo metteva in dubbio, cfr. Valentinov, I miei colloqui con Lenin, il Saggiatore).

Ricapitoliamo: in filosofia realismo gnoseologico non significa ammissione dell’esistenza esterna di oggetti o di processi, tipica del senso comune, ma significa rispecchiamento o riflesso di due datità a loro volta del tutto indimostrabili dal metodo scientifico moderno, cioè Dio e la Storia (intesa come processo storico unificato concettualmente e variamente direzionato).

Non si pensi di poter capire una cosa così semplice con il pagliaccio superpagato Umberto Eco, che ha recentemente definito il teologo bavarese Ratzinger inferiore filosoficamente ad uno studente di scuola media. Possibile che solo loro possano impunemente distribuire pagelle di imbecillità a platee di babbioni semicolti adoranti?

6. La strategia di rilancio del cosiddetto “new realism” è a tutti gli effetti una strategia pubblicitaria, che vede la sinergia di baroni universitari e di giornalisti di regime. Da un lato, una congrega di professori universitari, che lanciano il prodotto in convegni a New York, Torino e Bonn. Dall’altro, la cassa di risonanza di quotidiani come “Repubblica”, organo dei semicolti italiani riciclati dal vecchio storicismo gramsciano al cosiddetto new realism attraverso la camera di decompressione provvisoria del cosiddetto pensiero debole, ermeneutico e nicciano.

Le cose sono forse più “complesse”? La complessità è una divinità universitaria cui prestare un culto conformistico. Ma neppure per sogno! I gruppi intellettuali accademici delle facoltà di filosofia sono più prevedibili degli spostamenti dei banchi di pesci, delle migrazioni degli uccelli e delle transumanze di bisonti. Certo, sono prevedibili se li si studia non come insieme aleatorio di singoli individui, ma come gruppo sociale unitario, il gruppo degli intellettuali, che a suo tempo Pierre Bourdieu definì un gruppo dominato della classe dominante. Un gruppo a guinzaglio lunghissimo, per dargli l’impressione della libertà, ma che alla fine deve cadere gravitazionalmente nello stesso posto.

Sono troppo settario? Sono troppo estremista? Sono troppo politicamente scorretto? Politicamente scorretto certamente sì, ma estremista e settario non credo. Passiamo ad alcuni esempi concreti.

7. Come disse don Abbondio a proposito dei bravi di don Rodrigo: “Le ho viste io quelle facce!”. Ho avuto la fortuna di assistere in diretta ed in tempo reale, nel biennio 1977-78, al primo lancio pubblicitario di una scuola filosofica fatto con il metodo delle saponette e dei deodoranti per le ascelle, e cioè dei cosiddetti “nuovi filosofi francesi” (il cui esponente più noto, l’osceno BHL, si è distinto come consigliere di Sarkozy per l’aggressione alla Libia ed è tuttora editorialista del “Corriere della Sera”, immagino superpagato). Ricordo quel biennio, perché segnò la fine del mio agitarmi senza scopo da militonto di “sinistra” ed il ritorno ad uno studio serio della filosofia, che avevo praticamente abbandonato per un decennio, travolto dal vergognoso ballo di San Vito sessantottino.

Il lancio pubblicitario dei “nuovi filosofi” segnò in effetti un’interessante sinergia fra il circo mediatico ed il mondo dei cosiddetti “intellettuali”. Si trattò di una sorta di grande riciclaggio simbolico, di riconversione e di decompressione. In Italia un’intera generazione si era consegnata a vere e proprie “cupole criminali” (esemplare la cupola di Lotta continua di Sofri e Pietrostefani, mandanti dell’omicidio Calabresi), era entrata nel parossismo della illusione operaista ed aveva addirittura “flirtato” con la lotta armata, ed ora poteva sgonfiarsi e decomprimersi simbolicamente con la “scoperta” che tutto il comunismo con cui aveva rotto le scatole a genitori ed insegnanti non era altro che un’illusione criminale.

Devo ringraziare i “nuovi filosofi”. Mi accorsi che si trattava di un riciclaggio generazionale particolarmente miserabile, e che è impossibile che una corrente filosofica seria possa accettare la via pubblicitaria alla “visibilità”. Improvvisamente, il situazionismo di  Debord e la dialettica negativa di Adorno, che avevo sempre costeggiato senza mai assimilarle, divennero improvvisamente chiare. Avevo permesso ai greci, a Hegel ed a Marx di dormire troppo a lungo. La ripugnanza verso la volgarità porta irresistibilmente a rivalorizzare le cose serie.

Grazie BHL!

8. Un discorso diverso deve essere fatto per il cosiddetto “pensiero debole” legato al nome di Gianni Vattimo. Mentre la nuova filosofia francese è stata soltanto un’operazione pubblicitaria di riciclaggio intellettuale di estremisti deficienti ricondotti all’ovile, con il pensiero debole siamo di fronte a qualcosa di diverso. Il cosiddetto “pensiero debole” si presenta come un’operazione di “indebolimento” non tanto della religione (da Vattimo furbescamente abbandonata dopo essere stato intronizzato all’accademia dal cattolico esistenzialista Pareyson, nemico in tutto di Abbagnano al di fuori del comune odio verso Hegel e la dialettica), quanto della filosofia storicista marxista della storia, cui il comunismo italiano aveva legato il suo profilo teorico (lo storicismo assoluto di tipo crociano, soltanto di “sinistra”). Si trattava di una forma di relativismo nichilistico “educato”, che legittimava una liberalizzazione del costume sessuale svincolando questa liberalizzazione da una filosofia comunista della storia, cui gli imbecilli sessantottini l’avevano improvvidamente legata. Qui non esiste lo spazio, e neppure la necessità, di analizzare i due punti fondamentali di questo profilo filosofico, la lettura libertaria di sinistra di Nietzsche, già praticata da Bataille e soprattutto da Deleuze, e la lettura di Heidegger come annunciatore della “consumazione storica dell’Essere”, lettura che non sta filologicamente né in cielo né in terra e che lo stesso Gadamer smentì apertamente (ma non c’era neppure bisogno della sua peraltro benvenuta auctoritas).

Tuttavia, l’importanza di Vattimo non sta affatto nella sua predicazione “debolista”, quanto nel valore di posizione ideologica nella “congiuntura”, che finì con l’incontrare il percorso autonomo di Massimo Cacciari. Se infatti dal “basso” il Pci era sempre di più un partito di cooperatori e di amministratori senza coscienza infelice hegelo-marxiana, dall'”alto” i suoi intellettuali “organici” furono indirettamente chiamati a smantellare la pappa storicistica pseudo-gramsciana ossessivamente fatta ingozzare ai militanti semicolti fra il 1968 ed il 1978.

Non so come Vattimo valuti soggettivamente il successo del suo stesso pensiero. Non gliel’ho mai chiesto, sebbene sia con lui in buoni rapporti, e valuti molto positivamente il suo atteggiamento verso la Palestina, Cuba ed il Venezuela. Può darsi che le interpreti come una giusta ricompensa ai suoi meriti soggettivi. Ma senza essere un “maestro del sospetto”, in base all’analisi ideologica di matrice marxiana e dalla deduzione sociale delle categorie del pensiero, credo che il pensiero di Vattimo abbia incontrato una “finestra storica” congiunturale in cui la nausea verso lo storicismo beota era giunta a livelli di parossismo, e gli intellettuali volevano soltanto potersi sganciare dalle grandi narrazioni (Lyotard) e prendere il mondo così com’è (Sloterdijk). A un livello accademico di benpensanti privi di rimorsi “militanti” e di coscienza infelice di ex-estremisti pentiti bastavano Rawls, Habermas e Bobbio, tutti e tre felicemente schierati per il bombardamento etico-umanitario del 1999 su Belgrado.

Ma perché oggi pensiero debole ed il post-moderno sono in crisi? Ma è elementare, Watson!

9. A partire dalla svolta del 1989 il pensiero debole perde ogni funzione di mandato sociale verso la casta degli intellettuali, e può continuare ancora per un ventennio grazie alla terribile vischiosità inerziale delle corporazioni filosofiche universitarie, che riproducendosi per cooptazione possono durare un tempo molto maggiore di quanto spetterebbe al clima culturale che intendono promuovere e legittimare. Il pensiero debole era stato la versione italiana del più vasto fenomeno europeo del post-moderno filosofico, il cui motto era che non esisteva la realtà, ma soltanto la sua interpretazione. Questo rifletteva il desiderio del ceto intellettuale non solo di emanciparsi dal vecchio fardello dell’impegno sociale di legislatori in pectore (da Fichte a Sartre passando per Gramsci), ma anche di fondare il proprio arbitrio soggettivo assoluto su di una metafisica apertamente nichilistica. In Italia il pensiero debole sarebbe impensabile senza connetterlo con il desiderio degli intellettuali di emanciparsi dai due bestioni visti come ormai insopportabili, l’elefante-Chiesa cattolica ed il rinoceronte-Pci.

Oggi il postmoderno debole è presentato in modo manicomiale, come se costoro avessero voluto negare la realtà di oggetti esterni con un telefonino, una tazzina, un’esondazione di fiume, una cardiopatia, una crisi finanziaria, eccetera. Tipico del malcostume filosofico è presentare la tesi avversaria in modo manicomiale, in modo da poterla vincere con facilità. Naturalmente il pensiero debole post-moderno non intendeva affatto negare queste realtà concretamente effettuali. Intendeva negare la normatività di realtà “sensibilmente sovrasensibili” come Dio, la Storia ed il Capitalismo, ed intendeva negare Dio, la Storia ed il Capitalismo perché queste tre realtà sensibilmente sovrasensibili erano in qualche modo fondatrici e normative del mondo dell’esperienza.

A partire dal 1989 tutto cambia. Il comunismo storico novecentesco (nulla a che vedere con il comunismo utopico-scientifico di Marx, ove l’ossimoro è volontario) si suicida per la sinergia di una maestosa controrivoluzione sociale di massa dei nuovi ceti medi sovietici e cinesi, da un lato, e per la putrefazione antropologica degli apparati comunisti, dall’altro (si presti attenzione all’oscillare dell’ubriacone Eltsin ed al sorriso beota di Gorbaciov mentre pubblicizza le borse Vuitton e la pizza americana Hut). In quanto a Dio, è palese che i preti ormai vengono invocati solo come assistenti sociali per poveracci, drogati, criminali pentiti e come psicologi assistenziali per malati gravi. Dio resiste peraltro più della Storia per ragioni squisitamente filosofiche, in quanto la religione (lo aveva già capito bene Hegel, molto più di Feuerbach e di Marx) è un fenomeno di massa in cui gli uomini, guardando dentro se stessi, danno un senso alla loro vita (vallo a far capire agli atei positivisti!). In Italia Mani pulite, che fu sempre e solo un colpo di Stato giudiziario ed extraparlamentare, volto a distruggere quanto restava di uno Stato keynesiano (sia pure corrotto), iniziò nel 1992 un ciclo privatizzatore neoliberale destinato ad essere perfezionato nel 2011 dalla giunta Monti. Per non far capire quanto stava avvenendo si aprì uno spettacolo di pupi siciliani: il popolo viola, il popolo rosa, le donne in quanto donne, la casta dei mangioni, i diritti umani messi in pericolo da dittatori baffuti o barbuti, il Grande Puttaniere Berlusconi con i suoi due Ciambellani Bruno Vespa ed Emilio Fede, eccetera. Spettacolo riuscitissimo e performativo, se consideriamo la sua spettacolare riuscita popolare.

10. Ripetiamo ancora una volta il punto essenziale del problema. Non bisogna pensare in modo manicomiale che il pensiero debole post-moderno intendesse negare la realtà intesa come scatole, terremoti, cardiopatie, reumatismi, eccetera. Intendeva negare la normatività di realtà “sensibilmente sovrasensibili”, sostanzialmente due, Dio e la Storia (intesa come filosofia deterministica e teleologica della storia). Anche il capitalismo venne di fatto derealizzato, in quanto anche le sue crisi persero ogni oggettività, diventando prodotto di errori (si pensi a come oggi la crisi economica in Italia venga ricondotta al malgoverno e all’ottimismo da piazzista del Grande Puttaniere).

La comunità filosofica universitaria, una delle più lente di riflessi e torbide dell’intera Via Lattea, si è finalmente resa conto che la fase di delegittimazione normativa delle due realtà sensibilmente sovrasensibili (ricordiamolo: Dio e la Storia) era ormai finita, e bisognava “tornare alla realtà”. Già, ma quale realtà?

11. Il ritorno alla realtà propugnato dai new realists (l’inglese è d’obbligo, e non è solo una raffinatezza cosmopolitica, ma indica un volontario adeguamento servile) è il ritorno ad una realtà frammentata di oggetti del tutto disconnessi dal legame dialettico con una totalità espressiva. Del resto, questo era già chiaro ad Herbert Marcuse, nella sua critica alla filosofia analitica contenuta nel classico novecentesco L’Uomo ad una Dimensione. Purtroppo, anche per responsabilità soggettiva di Marcuse, questo classico fu letto all’interno dell’errore metafisico del pensiero di “sinistra”, l’identità fra borghesia e capitalismo. In realtà, il pensiero borghese non era affatto ad una dimensione, in quanto è dialettico per sua propria essenza storica e sociale. Il capitalismo come meccanismo anonimo, impersonale e religioso, invece, non è effettivamente dialettico, ma si basa su di un pensiero della “differenza” che riflette la separazione ontologica fra oggetti e soprattutto fra differenziati e potenzialmente infiniti poteri d’acquisto di merci e di servizi. La lettura sessantottina del capolavoro di Marcuse, invece, la fraintese proprio nel suo nucleo comunicativo essenziale. Entrato in una fase post-borghese, ed appunto per questo ultra-capitalistica, la filosofia analitica rispecchiava questa frammentazione senza più ormai nessuna coscienza infelice di una totalità alienata da emancipare. Non a caso, nel lessico di questi nuovi realisti non trovano spazio i concetti di alienazione e di emancipazione, e qui appunto si può notare -se lo si vuole -la continuità con il pensiero debole e con il post-moderno.

Soggettivamente, questi sciagurati credono che il ritorno alla realtà sia il superamento del “populismo mediatico” di Berlusconi, identificato con un ventennio di sviamento culturale. Questa è proprio la fatua concezione del mondo di un Umberto Eco, cui giustamente costoro hanno riservato un posto da guru e padre nobile.

12. Ci si può legittimamente chiedere se questa operazione mediatico-pubblicitaria riuscirà a “mordere” sulla realtà concreta, la realtà cui pure costoro si appellano. Mi sembra evidente che il loro sia un fuoco di sbarramento preventivo contro un possibile ritorno del pensiero dialettico, che deve essere esorcizzato ad ogni costo.

La totalità capitalistica appare oggi fuori controllo, e soltanto un cosciente ritorno alla dialettica potrebbe interpretarla e cambiarla, secondo la formulazione delle marxiane Tesi su Feuerbach. Il pensiero dialettico è il pensiero che trova il suo coronamento in Fichte, Hegel e Marx, ed ha come presupposti Vico e Spinoza, e come continuatori Adorno, Marcuse, Bloch e soprattutto Lukàcs.

In questa fase speculativa del capitalismo assoluto (assoluto in quanto absolutus, sciolto da precedenti legami borghesi e proletari) abbiamo bisogno di un sapere assoluto nel senso di Hegel. Tuttavia, per evitare pittoreschi equivoci, diamo la parola a Remo Bodei, indiscusso conoscitore della dialettica hegeliana: “Si pensa che il sapere assoluto per Hegel sia qualcosa di manicomiale, come se sostenesse che con la sua filosofia si sa tutto. Ma le cose non stanno così: absolutus vuol dire sciolto da ogni legame, e cioè da ogni condizionamento del passato”. Non si poteva dire meglio. Ma oggi sapere assoluto è il sapere filosofico sciolto da ogni legame con la pretesa del presente capitalistico di essere la fine della storia. Questo è oggi il “sapere assoluto” di cui abbiamo bisogno.

Nella sua fase astratta, il capitalismo si è costituito unificando teoricamente il mondo, lo spazio (materia), il tempo (progresso), il lavoro (valore), la società economica, la morale dell’individuo (robinsonismo). Nella sua posteriore fase dialettica, la filosofia ha dato spazio all’elaborazione della polarità tra borghesia e proletariato. In questa terza fase speculativa, in cui il capitalismo si contempla allo specchio (speculum) come insieme oggettuale di merci pure, abbiamo bisogno di ridialettizzare appunto lo speculativo.

La ridialettizzazione dello speculativo non avverrà facilmente. La corporazione dei filosofi universitari con accesso mediatico filtrato, gruppo dominato della classe dominante, vi si opporrà certamente. I new realists sono fra costoro. Certo, occuperanno il davanti della scena, ma sono sicuro che non avranno campo libero.

Costanzo Preve (su facebook)

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