“Se non fosse fragile”(Incontri Editrice, 2011): il secondo romanzo di Marcella Menozzi

“[…] cambiamenti che non permettevano un ritorno, questa morte ci aveva messo dentro un’idea che indietro non si potesse tornare, che ad alcuni cambiamenti non si poteva porre rimedio.” 

Ultimi giorni di ottobre, trovo Bianco al solito banco dell’usato (Bianco è il primo libro di Marcella Menozzi, edito da Fazi nel 2006, un romanzo veloce velocissimo ambientato a Modena e che vede protagonisti gli amici trentenni di una compagnia, le loro storie “per caso”, comuni come Formigine, Carpi, Rubiera e frazioni come Baggiovara e Casinalbo, insomma la provincia, allora è come leggere mentre la macchina va senza fermarsi e c’è la musica sotto, ed è come Tondelli), mi piace, allora compro il secondo, Se non fosse fragile, che è dell’anno scorso.
Lo stile è sempre veloce, molto veloce ma più levigato, presente nonostante lo sguardo sia tutto retrospettivo. Già, perché il passato, dice l’autore, è l’unico a non essere finzione.
La storia di questo romanzo è sempre modenese ma più emiliana e più nazionale anche, storia che parte negli anni ’70, quando nasce Maria, e (non) termina ai giorni nostri. Sei capitoli come fasi di una crescita, scandite da mesi e anni precisi, di cambiamenti più che altro subiti, di allontanamento dalla stabilità: “a noi ci hanno fatto di una pasta fragile, cresciuta su un terreno forte, solido di diritti e valori conquistati e noi siamo cresciuti in alto e abbiamo perso il controllo perché abbiamo pensato che la stabilità era raggiunta, ci siamo fragilmente accomodati sulla stabilità dei nostri genitori e qui siamo stati colpiti, loro non sarebbero stati colpiti, ci hanno colpito a noi che eravamo seduti sulle sicurezze stabili dei nostri genitori, sulle loro lotte per ottenere diritti e democrazia, e a noi ci hanno rifilato una collaborazione coordinata e continuativa.” La cosa bella di questo romanzo, ancor più generazionale del primo, è rendersi conto con occhi emiliani come l’idea del lavoro (e lo stesso lavoro) sia cambiata velocissima nel giro di vent’anni: “Bisogna stare bene, essere belli e lavorare, te lo dicono tutti se nasci nella pianura padana, ma soprattutto direi che ti dicono che bisogna lavorare, bisogna imparare per lavorare perché non è facile trovare un buon lavoro. Non era vero, ce lo dicevano che non era facile trovare un buon lavoro, ma non era vero e adesso io se ci penso mi incazzo che ci abbiano fatto credere che allora alla fine degli anni ottanta non fosse facile trovare un buon lavoro, adesso sì è difficile ma noi abbiamo iniziato a preoccuparci troppo presto […]”.
Nel giro di vent’anni, la condizione di stabilità sulla quale almeno una generazione ha forgiato il proprio futuro (quella di emiliani che “si rimboccavano le maniche e il sabato e la domenica facevano i muratori, i baristi, gli allenatori di calcio, di pallavolo, gli autisti di squadre di calcio, i giardinieri e così si faceva la polisportiva che era un posto diverso dalla parrocchia”) viene meno; lavoro e relazioni, tutto: è bravo l’autore a mettere insieme le cose, a fare d’ogni erba un fascio, legittimamente, a pagina sessanta: “Se eri un coordinato e continuativo era come trovarsi in quelle storie d’amore che iniziano ad andare di moda verso i trent’anni, che erano quelle storie in cui non si era proprio fidanzati, ci si vedeva ogni tanto, e solo dando il meglio di sé, bisognava sempre essere in forma per quella specifica prestazione per cui si era stati convocati, non si usciva quasi mai il sabato sera a mangiare la pizza e se per caso venivi chiamato una volta che eri malato ci dovevi andare lo stesso perché non lo sapevi quando poi ci sarebbe stata un’altra occasione.”
Quella sensazione di vivere a caso, “per caso”, già tema di Bianco, viene analizzata, storicizzata, senza perdere per questo la freschezza dei racconti a braccio, quasi orali, dell’infanzia dell’adolescenza e della maturità.
Condizioni fragili che si cristallizzano col tempo e diventano sempre più normali ogni giorno che passa, tanto che la nostra generazione, quella nata a metà’80, non può quasi ricordarla l’idea di stabilità, non può averne nostalgia. E quella dopo, quella nata nei ’90… forse è meglio non pensarci.

Giorgio Casali

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Informazioni su Giorgio Casali

Nato nel 1986, vive sulle colline reggiane. Speaker di Radio Antenna1 101.3 dal 2009 al 2014 con il programma "Bankshot", recensisce narrativa, musica e poesia su varie Webzines. Ha pubblicato le raccolte di poesia "Attaccamenti" (Albatros, 2010), "Notte provincia" (Edizioni clandestine, 2011), "Poesie" (autoproduzione, 2012) e “Sotto fasi lunari” (Incontri editrice, 2013). Cinque sue poesie sono raccolte nell'antologia "Poeti di corrente" (Le voci della luna, 2013), curata da Anna Ruotolo e Riccardo Raimondo. Con il pittore Andrea Chiesi ha pubblicato il catalogo d'arte "19 paintings 19 poems" (Italian Cultural Institute in New York, 2014), dal quale è stato estratto lo spettacolo "Forma Suono Parole", con la collaborazione musicale dei Siegfried, presentato la prima volta al Poesia Festival 2014.

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