“Per una critica della realtà virtuale” – di Carmelo Albanese

Estratto da “Per una critica della realtà virtuale” di Carmelo Albanese, Edito da Libreria Universitaria Multimediale, Milano, 1998, in fase di ristampa

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Dal retro copertina

Ho incontrato un uomo magro-grasso.
Ho seguito una strada dritta-storta.
Ho scalato un monte alto-basso.

Come reagiamo a frasi di questo tipo?

Ci rendiamo conto della loro assurdità e ci aspettiamo un chiarimento da chi le ha proferite, per non dubitare del suo equilibrio psichico.

Perché per il termine realtà-virtuale il nostro atteggiamento è diverso?

Realtà-virtuale è un ossimoro, vale a dire una contraddizione in termini, proprio come magro-grasso, eppure chi ha coniato questo termine è riuscito a farlo passare nell’immaginario collettivo come significante di un nuovo orizzonte tecnologico.

L’analisi critica sviluppata in questo libro, partendo dall’origine, dall’apparente ovvietà di questo ossimoro, cerca di evidenziare le altre numerose contraddizioni di natura linguistica, economica, politica e sociale che si legano spontaneamente all’idea di una realtà-virtuale.

I numerosi paralleli possibili tra le dinamiche di formazione della realtà-virtuale ed altri più illustri fenomeni di carattere religioso rendono evidente che la cultura sceglie dei termini contraddittori ogni volta che vuole affermare un’ipotesi assurda attraverso un mito di fondazione capace di conquistare la fede di chi ascolta, come nel caso della madonna vergine-madre.

In tal modo si rende possibile un’interpretazione di questa nascente ipotesi tecnologica come il tentativo di elevare definitivamente la tecnologia, e insieme ad essa una servile idea di scienza a nuova religione.

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 Da pag. 56 (‘La formazione linguistica di un ossimoro’)

“…Come si forma un ossimoro.

Riassumendo quanto detto fin qui a proposito dell’ossimoro possiamo dire che:

dietro ogni ossimoro c’è l’esasperazione di due termini complessi. L’ampiezza dei riferimenti semantici di tali termini supera la soglia sopportabile da una cultura. L’adozione dell’ossimoro permette alla cultura di sopravvivere linguisticamente restituendo un ipotetico scambio dialettico tra questi due termini che si erano troppo rigidamente chiusi in una ingestibile quantità di significati.

In realtà l’invenzione ossimorica aggiunge alla complessità dei due termini che la costituiscono, un’ipotesi assurda e per niente risolutiva di mescolanza semantica.

Tanto più assurda quanto più viene utilizzata non in una prospettiva ludica o come possibilità linguistica, ma come termine significante in sé, come nuova regola.

In questo modo lascia supporre una possibilità di fusione dei significati che è evidentemente irrealizzabile. Il suo unico effetto è di gestire momentaneamente la complessità evitando di rivedere alla base i meccanismi e le strutture di potere sociale che su questi meccanismi si erano via via formati.

E’ come se la cultura rifiutasse una seria e indispensabile autocritica e revisione degli strumenti simbolici con cui ha attuato la significazione dei suoi valori, che pure sente come necessaria, e preferisse all’accettazione critica di un proprio errore l’affermazione delirante di una nuova potenza che basata su uno stato di cose già ampiamente ingestibile, non può che caratterizzarsi assurdamente e per disperazione.

L’ossimoro permette così ad una cultura di fondare con la regola linguistica, nuove categorie di potere e rinforzare le categorie di potere preesistenti.

Il potere è quello presunto di saper conoscere e gestire la significazione di questi termini che la cultura stessa pone come soluzione a momenti particolarmente critici e di profonda inquietudine.

In pratica l’assurdità dell’ossimoro rispecchia l’assurdità storica dei due termini che lo costituiscono…”

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