Sulla tolleranza tra croce e mezzaluna – di Francesco Medici

fonte: Sulla tolleranza tra croce e mezzaluna, «Paneacqua», mensile luglio/agosto 2010, anno XV, n. 181, pp. 123-124

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Cosa significa oggi essere tolleranti? Per comprendere le ragioni dell’altro bisogna ripartire dalla propria identità, abbandonando la convinzione che quella occidentale sia la più alta forma di civiltà possibile

Nell’Epistula de Tolerantia, pubblicata nel 1689, in un’Inghilterra dilaniata dalle lotte confessionali, John Locke difese, per primo, il principio della necessità della tolleranza in quanto costitutivo di ogni società politica: «La tolleranza verso coloro che dissentono dagli altri in fatto di religione è cosa talmente consona al Vangelo e alla ragione, che è mostruoso vi siano uomini ciechi a tanta luce». Il filosofo inglese riteneva si potessero superare i contrasti religiosi individuando gli elementi comuni tra le diverse confessioni e attenuandone così le differenze. La «vera religione», per lui, non consisteva, infatti, nel riconoscimento di verità e norme prestabilite, ma nell’intima esperienza del divino, nell’accoglimento di quelle leggi morali, che sono anche leggi di natura e di ragione: in questo senso, essa comporta una pluralità di fedi diverse, per cui la chiesa universale non coincide più con una chiesa storica particolare, poiché Dio «non ha mai dato a un uomo un’autorità tale sugli altri, che egli possa costringere qualcun altro ad abbracciare la sua fede».

Ma, se l’Occidente elabora con Locke l’idea di tolleranza, scoprendo anche le «ragioni dell’altro» e accettando, forse, di non pensare più a se stesso come il centro dell’universo, è pur vero che, nel contempo, esso svilupperà, con il colonialismo e l’imperialismo, un ingegnoso quanto abominevole sistema di sfruttamento delle risorse di tutto il mondo a proprio esclusivo beneficio. Per tutta risposta, l’Oriente ha reagito sostanzialmente in due modi: trincerandosi nelle sue antiche e gloriose tradizioni oppure cercando di aprirsi alla cultura dominante, tentando di farne propri quegli elementi politici – le nozioni di patria e di autodeterminazione nazionale, ad esempio – e scientifico-tecnologici, che si vorrebbero imprescindibili per saldare il conto di un presunto ritardo storico ed entrare finalmente nella cosiddetta «modernità». È per questo che oggi, nei Paesi musulmani, è così vivo il dibattito tra chi vorrebbe modernizzare l’Islam e chi vorrebbe, invece, islamizzare la modernità.

Ma ha davvero senso, poi, parlare di identità «occidentale», altra rispetto a una «orientale»? Ed è vero che l’Islam, come spesso viene ripetuto, è tornato a minacciare la (nostra) «civiltà»? E di quale civiltà si tratterebbe? Quella (post)cristiana? Quella europeo-occidentale? Di certo, non si può dimenticare che la Spagna è stata a lungo e per buona parte musulmana, come la Sicilia, e che anche la Puglia è stata sede di un emirato. Il «pericolo» dell’Islam, sotto forma di intransigenza fondamentalista o di invadenza migratoria, desta dunque particolare preoccupazione perché risveglia il ricordo, non troppo lontano, di quella colossale tenaglia che ci stringeva dall’Anatolia a Siviglia, facendoci ritenere di trovarci in balia di una nuova, terza ondata delle tre che si sono abbattute sul nostro mondo «pacifista e tollerante» – la prima, quella di un Islam degli albori, tra VII e X secolo, la seconda, turco-ottomana, tra XIV e XVIII secolo, e, infine, quella attuale.

Si discute, in Occidente, se, in termini di convivenza, sia più opportuno auspicare, laicamente, la nascita di un homo novus, senza radici (proprio quelle radici comuni a tutte le genti del Libro, ahl al-Kitab, figli di Abramo, fedeli a un Dio unico) – poiché esse sono ineluttabilmente fattori di guerra e di intolleranza –, favorire, insomma, l’affermarsi di un individuo libero, una volta per tutte, dall’impostura di qualsiasi religione (ma chi può garantire che, eliminate le diverse confessioni, non si troverebbero altri motivi di conflitto, quali la razza, la nazione, la classe sociale, e magari il progresso e i consumi?); oppure, al contrario, ricercare e ridefinire la propria identità e le proprie tradizioni (consapevoli che non esistono culture «incontaminate», e che, dunque, nessuno può vantare alcuna primigenia purezzané ritenere, come sovente accade da noi, di essere portatore della più alta forma di civiltà possibile, cui dovranno naturalmente pervenire, prima o poi, tutti i popoli «in via di sviluppo»), rispettando identità e tradizioni altrui e arrivando a comprendere quanto profonda e oggettiva sia la parentela tra Cristianesimo e Islam – ruscelli della stessa fonte, e non certo entità incompatibili.

Oggi, la parola «tolleranza», che rimanda ad ambigui sinonimi, quali «adattabilità», «arrendevolezza», «indulgenza», «sopportazione», sta cedendo il passo ad altre espressioni ritenute più politically correct, come «accoglienza» e «dialogo». La strada del confronto tra croce e mezzaluna, tuttavia, non può passare attraverso un dialogo (interreligioso o interculturale) volto a «stemperare – scriveva lo storico Franco Cardini in un suo saggio di alcuni anni fa – le differenze nel nome di una comune ispirazione genericamente irenica e umanitaria delle due fedi», come voleva Locke, insomma, bensì attraverso una comprensione reale delle rispettive identità. Così, l’invito che i cattolici rivolgono ai musulmani «a collaborare per difendere e promuovere insieme, a vantaggio di tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (Dichiarazione conciliare Nostra Aetate) rischia di restare inascoltato, perché i concetti di «giustizia», «pace» e «libertà» non sono necessariamente gli stessi tra Cristianesimo e Islam, né vi è sempre una coincidenza di vedute circa i «valori morali». Al di là delle buone intenzioni di un pacifismo retorico e generico, esistono pertanto difficoltà concrete, dovute alla profonda diversità storico-antropologica tra le due culture. Sostenere, ad esempio, che le due fedi siano pressoché uguali, tranne per il “semplice” fatto che Gesù sia Dio per i cristiani, ma solo profeta (rasul) per i musulmani, vuol dire negare il dogma stesso dell’Incarnazione e, quindi, svuotare di senso il Cristianesimo tout court e la sua storia; allo stesso modo, considerare barbari e antidemocratici i principi giuridici della sharia significa delegittimare anche la Parola del Corano e, quindi, la sostanza stessa dell’Islam.

Le comunità musulmane che vivono oggi in terre straniere, pur avanzando, in genere, richieste ragionevoli (l’attribuzione di spazi da adibire a luoghi di culto o cimiteri, la libertà di abbigliamento nei luoghi pubblici, l’assistenza religiosa in scuole, carceri e ospedali…), vedono spesso conculcata e repressa la propria identità. Tutto ciò determina un crescente risentimento del mondo islamico verso l’Occidente e, di contro, la demonizzazione, da parte di quest’ultimo, dell’Islam – un Islam, invero, spesso solo teorico e disincarnato, un nemico metafisico. E tale demonizzazione è verificabile anche nel linguaggio. Basti citare il caso del termine jihad (declinato al maschile nella lingua araba), impropriamente o pretestuosamente tradotto con l’oscura espressione «guerra santa», che significa, invece, letteralmente, «sforzo» per Dio, rivoluzione interiore per evolvere, educare la propria anima, vincere le proprie passioni, debolezze, oscurità, contraddizioni.

L’Islam è pura fede nella ruh, lo Spirito uno e assoluto, che aborrisce ogni immagine e rappresentazione. Piuttosto che di «tolleranza» religiosa, allora, bisognerebbe forse parlare di risveglio spirituale (per i credenti come per i laici), di conciliazione attraverso uno sguardo orientato verso la dimensione interiore, verso quello spirito infinito che è principio di unità. I mistici cristiani come quelli islamici (i sufi) insegnano che l’amore e la compassione nascono dal centro dell’essere. Ma quel centro non è solo il proprio, appartiene a tutta l’esistenza. Più si avvicina a quel centro, più l’umanità diventa un tutt’uno, parte dell’eternità. Solo quando sono lontani dal proprio centro gli esseri umani sono diversi.

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