I miei “conglomerati” di Zanzotto (da un’intervista di Nadia Breda)

paolo steffan un giardino di crode disperse uno studio di addio a ligonas di andrea zanzottoPropongo qui di seguito il testo di una domanda postami dall’antropologa Nadia Breda a proposito dei «conglomerati» di Andrea Zanzotto e la mia relativa risposta, qui edita per la prima volta e il cui contesto è quello di una discussione sul mio libro Un «giardino di crode disperse». Uno studio di Addio a Ligonàs di Andrea Zanzotto, sfociata poi in un incontro pubblico presso la libreria Quartiere Latino di Conegliano, in compagnia, oltre che di Nadia, della lettrice Monica Stella e del poeta Luciano Cecchinel (i loro interventi sono consultabili nel mio blog “Una strana gioia”)

Colgo così anche l’occasione di porgere i miei auguri natalizi a colleghi e utenti di questo sito.

Paolo Steffan

NADIA: Che cosa sono le «crode», che cosa sono i «conglomerati»? Parlamene da tanti punti di vista diversi.

PAOLO:Va detto, per prima cosa, che «conglomerati» è un termine chiave e che esso può tranquillamente essere usato, in una delle varie sue interpretazioni, per abbracciare buona parte della produzione zanzottiana. Se questo è vero da un punto di vista interpretativo, per il lettore che tenta di affrontare, di analizzare uno o più testi del poeta solighese, va aggiunto però un particolare: infatti c’è un momento nel quale Andrea Zanzotto usa in maniera dettagliata la parola «conglomerato», in un suo scritto del 1992, cioè nella prima fase di una nuova stagione poetica, apertasi a seguito dell’importante esperienza della Trilogia (Galateo in Bosco, Fosfeni, Idioma) durata dal 1978 al 1986. La nuova stagione poetica comprenderà le ultime tre raccolte pubblicate in vita: Meteo, Sovrimpressioni, Conglomerati, alle quali va ad aggiungersi il libro inglese postumo Haiku for a season. Nel ’92 Zanzotto usa il nostro termine chiave per descrivere la «formazione del conglomerato», perché nella sua lettura di originalissimo critico – com’egli era, oltre che fine poeta e buon narratore – questa è in natura il processo che più si avvicina a quello di formazione della parola poetica di Luciano Cecchinel. Ma – come ha ricordato in una relazione di pochi anni fa Maria Antonietta Grignani – lo Zanzotto critico, nello scrivere degli altri poeti, ci dice sempre molto, moltissimo di sé stesso: e difatti quella scrittura-«conglomerato» di cui aveva parlato per Cecchinel nel ’92, nel 2009 diverrà, nella più esplicita delle dichiarazioni di poetica – cioè quella condensata e, appunto, conglomerata, di un titolo –, propria della poesia dello stesso Zanzotto.

Nelle poche ma dense righe della Postfazione a Al tràgol jért di Cecchinel nelle quali Zanzotto descrive la «formazione del conglomerato» rileviamo, oltre a un formidabile valore estetico, anche uno spesso valore conoscitivo. Mi limito a ricavarne qui due impressioni: il senso della sedimentazione nello e dello «spazio-tempo» – che è poi confermata dalla stessa sedimentazione del termine «conglomerato» nella produzione del poeta solighese –, nonché il senso di una «chiamata di corresponsabilità», la quale nel saggio zanzottiano è a carico di Cecchinel che l’ha già fatta sua, ma che – alla luce dell’esperienza dello Zanzotto poeta civile, si fa ancor più pressante e necessaria per tutti noi e per la nostra sopravvivenza come civiltà e come uomini.

Adesso però devo ritornare più direttamente alla domanda di Nadia: che cosa sono i «conglomerati» di Zanzotto?

Ho raccolto una serie di proposte al riguardo, che si ritrovano parte raggruppate all’inizio del mio libro e parte disseminate, come «crode disperse», nello svolgersi del discorso all’interno dei capitoli successivi.

1) Partirei dai «conglomerati» come forma/formazione delle parole, le quali sono spesso «conglomerati» per loro stessa natura, basti pensare ai livelli stratificati che consente l’etimologia di certe parole; esiste poi un tipo particolare di formazione di parole nei versi di Zanzotto, che ha origini molto lontane: nella raccolta La Beltà del 1968, nel cui testo iniziale (introduttivo a tutta la raccolta e dal titolo significativo di Oltranza oltraggio), si trova la parola «serachiusascura», termine unico e pluristratificato, che di fatto – utilizzando più materiali – li aggrega in un neologismo autonomo che già Stefano Agosti definiva «conglomerato». A voler fare poi un esempio più recente, posso pensare a poesie di Sovrimpressioni o di Conglomerati, dove in un ampio testo come Sì, deambulare troviamo la parola «telefrizerfrigoriferi» che condensa in sé, straordinariamente, percezioni linguistiche, climatiche, tecnologiche ecc., filtrate attraverso gli strumenti dell’ironia impareggiabile di cui Zanzotto si serviva in molti suoi scritti.

2) La seconda lettura che proporrei della parola «conglomerati» – se prima eravamo a livello di forma – è contenutistica, riempendo quelle forme con la memoria e allo stesso tempo, perché no?, con la dimenticanza. Zanzotto stesso, in una “conversazione nelle scuole” del 1981 diceva che «il ricordo fluisce nella nostra mente a nuvole, a strati», e così mi sembra che fluisca anche buona parte delle pagine dei Conglomerati zanzottiani.

3) Come terza lettura mi sposterei, in breve, sui processi poetici – già anticipati citando quella «formazione del conglomerato» che aveva scritto Zanzotto per Cecchinel –; se infatti con il punto 1) eravamo a livello di forma (stratificata-compattata) e col punto 2) a livello di contenuti (memoriali), qui ci troviamo a livello di quegli importanti procedimenti che costituiscono il momento di formazione del testo (e dunque di elaborazione della forma e del contenuto). Per spiegarmi, vado direttamente all’esempio: in Conglomerati Zanzotto propone ben due volte la prima e la seconda versione di uno stesso testo. Ed è proprio il caso di quei due testi intitolati Crode del Pedrè che tanta parte hanno nella scelta del titolo della raccolta del 2009: in essi, tramite la pubblicazione di due momenti compositivi (e – direi – in nessun caso definitivi), il poeta ci dà la possibilità di entrare nel suo laboratorio poetico vedendo due momenti del conglomerarsi di queste poesie: sarebbe cioè come pescare un sasso dal letto di un fiume – fotografarlo, analizzarne l’aspetto e i diversi materiali che lo compongono –, poi ributtarlo in acqua e andare a recuperarlo giorni, settimane, mesi dopo alla deriva, vedendone le mutazioni che ha patito, gli strati che vi si sono aggiunti, quelli perduti. Esattamente come la memoria di certi fatti, a un’altezza o a un’altra della nostra vita.

4) Ho citato i testi intitolati Crode del Pedrè: è proprio questo il nome del luogo (a pochi chilometri dal centro di Pieve di Soligo) dove si trovano i conglomerati che stanno alla radice di tutto. Come quarta lettura del termine, allora, propongo quella più aderente alla realtà – ma non per questo più vera delle altre, che ritengo tutte valide allo stesso modo. In un’intervista rilasciata a Marcoaldi su «Repubblica» nel dicembre 2009, Zanzotto dice che le crode del Pedrè si trovano in un’area «dove c’è un insieme di colline che non sono colline e di torrenti che non sono torrenti: un tenebroso e inquietante labirinto, appunto, di conglomerati pietrosi»; un punto «dove si andava in gita scolastica quando ero bambino» e del quale Zanzotto dice di essere tornato a parlare «perché in quel luogo fisico c’è una volontà di resistere, anche se contraddetta da pulsazioni opposte e oscure, che è omologa alla terra e all’uomo». Insomma, anche cronologicamente (dice appunto che vi «si andava in gita scolastica») queste «crode», elemento reale di carattere paesaggistico, sono la scaturigine di molta parte dell’ultimo libro di Zanzotto, anzi, addirittura di un certo tipo di propensione a rendere geologica e scientifica la propria poesia.
Non si può dunque che cedere al fascino di questa realtà costituita dalle crode del Pedrè, avvicinandosi a quello che è un piccolo canyon roccioso insinuato nella parte finale del torrente Lierza, prima che esso confluisca nel Soligo. Sono un luogo piccolo, nascosto; un luogo dell’infanzia ora semidimenticato, ma che il poeta riprende, caricandolo di sensi e nonsensi nuovi, che arricchiscono le immagini e strutture petrose che già si presentivano, nella raccolta Conglomerati, nei due testi che precedono quelli intitolati Crode del Pedrè, cioè il dittico di Addio a Ligonàs e Rio fu, riguardo i quali nel mio libro ho speso molte pagine, sia scritte che fotografiche. A proposito di foto, per concludere la mia risposta sui «conglomerati», ne propongo una inedita, che possa anticipare – dandone conto in pochi colori e forme – la natura di quel luogo speciale del quale ho tentato di parlare qui in breve. Annotando però, prima, che esiste un quinto clamoroso insieme di sensi possibili per questi «conglomerati», ma che non voglio in questa sede rivelare e riguardo il quale non posso che rimandare alla lettura del mio libro.

Particolare delle crode del Pedrè (Foto di Paolo Steffan, autunno 2011)

Particolare delle crode del Pedrè (Foto di Paolo Steffan, autunno 2011)

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