Ecologia:Memoria (I). Un cimitero di cimiteri

Nota introduttiva. Vorrei dedicare, nel tempo (ecco il perché di quell’I), una piccola serie di altrettanto piccoli articoli a «Ecologia:Memoria». Se la prima parola si può tradurre come “discorso dell’abitare”, la seconda è il luogo del “ricordare”. Il segno interpuntivo che ho posto come legame certo non va intenso in senso strettamente logico, ma piuttosto come simbolo di denso legame tra due termini fortemente carismatici e perciò anche dotati di assoluta indipendenza. Al centro di entrambe le funzioni, ecologica e memoriale, vi sono l’uomo e il suo agire su quel solo ambiente entro il quale gli è concessa la vita, di generazione in generazione legata da – e sospesa tra – “due punti”: nascita e morte. Per come io concepisco queste due azioni sul mondo (perché credo che il “pensiero” e la “parola” siano, nel bene e nel male, i modi particolari dell’uomo di agire sul mondo), l’ecologia è azione su tutto ciò che vi è di vivo (gli esseri, le cose, che stanno in un tempo compreso tra nascita e morte), la memoria su tutto ciò che vi è di materialmente morto, ma senza la consapevolezza (appunto, a livello di “pensiero” e “parola”) del quale sarebbe difficile parlare di vita.

Attraverso questi miei articoli, dunque, porterò delle testimonianze anche visive (fotografiche) di particolari casi di questo legame ecologia:memoria: talvolta ne uscirà un cimiteriale deficit di civiltà, talaltra un percorso vitale. Si diceva “cimiteriale”: infatti parto non a caso da una prima tappa alla quale calza perfettamente l’aggettivo.

Ecologia:Memoria (I). Un cimitero di cimiteri.

Era il 9 marzo 2010 quando scrissi, in un vecchio blog, un articolo intitolato Pensiero sopra le tombe profanate: dai fiori finti!; sostenevo allora che «fiori finti significa mancanza di tempo/voglia/senso della visita a chi, di fatto, ci ha permesso di essere vita e comunità oggi», significa insomma a suo modo «profanazione»: un pensiero estremo sui cimiteri in provincia di Treviso, che forse ho in parte mediato io stesso nel tempo con posizioni più attenuate: eppure, il senso anche polemico di un sintomo piccolo ma dilagante come i quasi tutti fiori finti nei cimiteri, prelude a una constatazione di ben più gravi casi.

Infatti, raccogliendo punti di vista su numerosi luoghi del Nordest, mi sono trovato con una nascente immagine di «cimitero di cimiteri», dove il camposanto non è più solo la casa dei morti di ciascun paese, ma un luogo morto del paese. Questo è un sintomo ecologicamente grave: perché l’organizzazione delle sepolture e la conservazione della loro memoria è un fatto di gestione dell’oikos tra i più centrali. Oltretutto, talvolta la marginalizzazione, e conseguente distruzione dei luoghi della memoria, è correlata a un problema ecologico anche nel senso più frequentemente dato a questo aggettivo, cioè di devastazione ambientale, che riguarda spesso i prati, gli alberi, le strade che costituiscono il contesto paesaggistico entro cui i cimiteri – oramai marginali luoghi dell’oblio – si inquadrano. Lascio il commento alle didascalie sottoposte a ciascuna delle fotografie seguenti, che ho scattato in questi ultimi anni:

cimitero di san floriano e pilastri autostradali - foto di paolo steffan

Immagine 1. Cimitero di San Floriano (Vittorio Veneto): siamo in Val Lapisina, una delle aree prealpine dell’abbandono, nel comune di Vittorio Veneto; un’area molto bella e ricca d’acque, i cui borghi sono oramai da decenni svuotati della gran parte degli abitanti, un po’ per i macroscopici processi di spopolamento che hanno riguardato le aree prealpine nel secondo Novecento, un po’ perché questa vallata è stata dimenticata, tagliata fuori dalle vie del turismo e, peggio ancora, per finalità turistiche legate al Cadore e a Cortina, devastata da un impattante progetto autostradale (A 27) che la fa ritrovare oggi dominata e traumatizzata dai giganteschi pilastri degli alti viadotti: così i luoghi sacri della minuscola e antica località di San Floriano, scenario che – s’ipotizza – Tiziano Vecellio considerò per una delle sue più importanti tele (Amor sacro e amor profano, 1515 ca.), sono schiacciati sotto il grigio dell’A 27, che taglia la valle passando poco sopra la chiesa e – per arrivare alla nostra fotografia – proietta la sua ombra sul cimitero.

cimitero di soligo - foto di paolo steffan

Immagine 2. Cimitero di Soligo (Farra di Soligo), veduta dal colle di San Gallo. Questo scatto nasce, per altri scopi, entro la mia ricerca sui luoghi zanzottiani di Conglomerati; ma in essa ho ritrovato questo particolare: il piccolo cimitero di campagna di Soligo si è visto, tutt’intorno, assalire da capannoni isolati (non costituiscono una zona industriale, bensì quel sistema di in-gestione del territorio che a Nordest ha fatto crescere i capannoni a macchia di leopardo) e da aree residenziali cresciute selvaggiamente. La foto acquista ancor più valore (negativo) sul piano del nostro discorso di «Ecologia:Memoria», se vi dico che l’edificio bianco in alto a sinistra è la casa Ligonàs celebrata di versi più belli della recente poesia di Andrea Zanzotto.

dintorni del cimitero di conegliano - foto di paolo steffan

Immagine 3. Dintorni del cimitero di Conegliano (di cui si vedono i cipressi): propongo questa prospettiva, già analizzata nel contesto di un articolo del marzo 2010, intitolato Nuovi orizzonti per Cima da Conegliano. Gli ecomostri ecologici, per mostrare come, negli anni duemila il cimitero di Conegliano, già situato in un’area ecologicamente penosa come la Strada statale 13 Pontebbana, abbia visto le aree verdi rimastegli intorno progressivamente aggredite da un’invasione di cappannoni contenenti grandi supermercati, negozi e il più grande centro commerciale del Coneglianese. Se prima risultavano di disturbo questi nuovi insediamenti capitalistici, oggi sono quei vecchi cipressi e le cappellette del cimitero a sembrare straniere in quella che era la loro patria.

Il «cimitero di cimiteri» dilaga, a discapito della civiltà, che dovrebbe essere fondata invece sui “due punti” che legano «Ecologia:Memoria».

Paolo Steffan

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  1. Purtroppo, da Napoleone in poi, viviamo col terrore “ecologico” che i cimiteri abbiano reso (e continuino a rendere) i nostri paesi necropoli. Con le conseguenti politiche urbanistiche locali – prima ideologiche, ora soltanto indifferenti – che in sostanza temono la morte.
    E tutto ciò in un contesto culturale come quello italiano che dà, mi sembra, parecchio credito alla memoria storica come valore civile: penso alle feste nazionali (vecchie e nuovissime), ai canali pubblici dedicati alla Storia, alle conferenze di storia locale patrocinate da comuni, biblioteche ecc.
    Una bella contraddizione dimenticare quel “segno interpuntivo”…

    • steffanpaulus

      Grazie del commento; è vero. A Nordest il “segno interpuntivo” è anche particolarmente negato da una vergogna verso il passato di miseria, la secolare civiltà rurale e i suoi manufatti, della quale esistono ora solo i ruderi cadenti. Il problema è che ora anche il ricco modello industriale è in fase di totale decadenza e si assommano ai ruderi del prima anche quelli dell’ora. Il cimitero avanza, tra gli avanzi di modelli scaduti, senza che ve ne sia ancora qualcuno sul quale fondare gli anni a venire: per questo – sintomaticamente – sono voluto ripartire dai morti, dai cimiteri, tema sul quale ritornerò, sempre più da cittadino che da necrofilo…

  2. Leggevo in un libro di Malaparte che in Russia s’andava, forse si va, a visitare i propri morti e a passeggiare e a bere il tè rovente dei samovar. C’erano, forse ci sono, le panchine su cui spendere pomeriggi in compagnia dei vivi e dei morti. La morte oggi è espulsa dalle nostre vite hai ragione, e di conseguenza i morti e di conseguenza anche i vivi fuori da esse. Non possiamo invitare qui ed ora la nostra innamorata al cimitero per destinarle il racconto della vita dei nostri fratelli, zii, amici morti. Mi pare grave.

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