I “Bisbigli nella notte” di Giovannangelo Salvemini (WIP Edizioni, 2013)

Una barca un giorno
mi passò di fianco dicendomi:
ti va di remare?
Tanto siamo in mare!

Quanto mare e quanti cimiteri in questo libro, esordio poetico di Giovannangelo Salvemini. Mentre il primo pare più astratto, poco dettagliato e vagheggiato (che sia l’azzurro, l’immenso, lo “stare in tempesta” dell’ultima lirica, “Navigare”), i secondi sono l’appiglio di questa raccolta, l’elemento reale con cui si può veramente dialogare, insieme all’amore; raboniano in questo (ma Raboni scorgeva la morte dappertutto), è nel cimitero, il “centro del mondo”, che è possibile l’incontro dei morti, “anime onnipotenti”, con i vivi, “anime indecenti”: morti che non sono soltanto, come dice Salvemini, “fantasie del mio presente”: i fantasmi non esistono; se parlano, i morti sono vivi.
Tanto la prefazione quanto l’introduzione insistono sui temi della maschera e dell’identità, su quelli della follia e della sanità, di pirandelliana memoria: a ragione. Quanti sono gli inni all’immaginazione!, all’“assurda immaginazione”, e quanta paura, per contro, del “ragionare”: come se la mente potesse rompere l’“incanto”, persino dell’amore. Ma sa, il poeta, che non siamo angeli: “Ora, siamo creature terrestri”: è da qui che si deve ripartire.
A dispetto del titolo, c’è poca notte in tutti questi bisbigli: la sento come il mare, veleggiante, più spazio temporale che esistenziale: la notte come lasso di ore rubate al giorno “dove poter ancora essere completamente se stesso”, sì, ma dove il tempo scorre lo stesso, a dispetto della promessa iniziale: una fuga, oltre che una ricerca, oltre che una domanda e qualche risposta.
Mi piace di questa raccolta il coraggio, che sa di genuino anticonformismo: non solo per l’abbondanza di rime gusto primo Novecento (un omaggio all’amato Corazzini?), soprattutto per una poesia così vera e attenta e sarcastica insieme: non quella su Gaza e il sangue sui suoi muri; l’inno alla vita di Salvemini, la sua risposta, avviene quasi in negativo, timidamente, eppure sprigiona fortissime volontà e decisione: “Chiedo scusa a tutti voi / che encomiate la morte / per la voglia che ho di vivere”: un urlo che presto viene smorzato: sarà forse colpa dello stesso poeta, per cui “L’amore / è un nome / che non si chiama”?

Giorgio Casali
http://giorgiocasali.blogspot.it/

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Informazioni su Giorgio Casali

Nato nel 1986, vive sulle colline reggiane. Speaker di Radio Antenna1 101.3 dal 2009 al 2014 con il programma "Bankshot", recensisce narrativa, musica e poesia su varie Webzines. Ha pubblicato le raccolte di poesia "Attaccamenti" (Albatros, 2010), "Notte provincia" (Edizioni clandestine, 2011), "Poesie" (autoproduzione, 2012) e “Sotto fasi lunari” (Incontri editrice, 2013). Cinque sue poesie sono raccolte nell'antologia "Poeti di corrente" (Le voci della luna, 2013), curata da Anna Ruotolo e Riccardo Raimondo. Con il pittore Andrea Chiesi ha pubblicato il catalogo d'arte "19 paintings 19 poems" (Italian Cultural Institute in New York, 2014), dal quale è stato estratto lo spettacolo "Forma Suono Parole", con la collaborazione musicale dei Siegfried, presentato la prima volta al Poesia Festival 2014.

Un Commento

  1. Esistono regali e regali, parole e parole, ecc…ma quando uno scrittore legge del proprio sé, qualcosa di meraviglioso e soprattutto si accorge di aver centrato al cuore della gente, incombe il silenzio nascondendosi timidamente dietro lacrime.

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