I “Fischi di merlo” di Matteo Bianchi (Edizioni del Leone, 2011)


Matteo Bianchi Fischi di merlo copertina
Non sei un rosignuolo; sei un merlo.
Fischi più forte la sera; e nessuno
può strapparti di dosso il tuo pinolo.
(Umberto Saba)

Perché un libro possa davvero incastrarmi deve avere due semplici requisiti, che chiamo “scenici”: un tempo ed uno spazio ben definiti ed autonomi; in questi Fischi di merlo, Matteo Bianchi soddisfa tranquillamente le mie scenografiche pretese: Ferrara è in un tempo (non solo cronologico) d’inverno, mura e ponte rarefatti nella e dalla nebbia. È lo stesso Bianchi, in un video promozionale Rai, a dirci che i “fischi del merlo” annunciano ogni giorno il giorno prima dell’alba e ogni notte la notte prima del tramonto: da qui la tensione e i giochi dell’anima tra la luce ed il buio, meglio: quel po’ di luce e quel molto po’ di buio, più o meno scuro o nero.
Come nota Caterina Camporesi, questo libro è un viaggio che oscilla tra la nascita e la morte; un viaggio che è un cammino fatto a piedi, una mano nel cappotto e l’altra con la sigaretta accesa, sfidando il freddo della città e dell’esistenza, tenendo «un’essenza assopita che non conosco», cercando di riportare qualche cosa a una sintesi di realtà, di “acquisito”, di “finalmente dato” come certo e conosciuto, cui fare affidamento. Così anche la dimensione più onirica di questo lavoro non pare una fuga, evasione o, peggio, eversione della coscienza di uomo: anche i sogni esistono in natura e si possono pesare, come la nebbia.
Quello che rimane, però, è un moto instabile di attesa, di “limbo” (del quale il merlo è simbolo) che certo non si risolve con la fine del libro: il viaggio tra le strade di Ferrara non termina a pagina 64, a dispetto del titolo dell’ultima sezione, “Via del Paradiso”, che potrebbe finalmente sapere di meta raggiunta, di tempo concluso; no, la storia continua per forza di cose, tesa tra il “crudele arbitrio” della morte (scrisse Mario Specchio nella quarta di copertina) e una ferma volontà di “interrompere il silenzio”, di resistere alla morte con pelle dura, pelle che «sarà di ghiaccio», per dirla con lo stesso Bianchi in una delle migliori poesie del libro.
Piacciono questi Fischi soprattutto quando le liriche sono brevi, “schiocchi” veloci ma non improvvisi, calmi e pacati nella stesura, nel pensiero, come nei versi-dichiarazione di “[Quarta di copertina]”, nei quali il poeta afferma che «La poesia si avverte ad incastri / è un ritorno di sguardi / da avverare con gli altri». Il dialogo, dunque, non consiste soltanto nell’incontro-scontro tra un tempo interiore immune dai quadranti degli orologi e un tempo piatto e senza spessore che sembra incastrare la città (e lo stesso Bianchi) in un ritmo lentissimo di baudelairiani rintocchi; dialogo è anche il tentativo di comunicazione amorosa con l’altro da sé, con l’altra, tentativo spesso frustrato nei suoi desideri di purezza («Entrambi saremo / almeno tutt’uno / con i nostri / disincantati / secondi fini») ma consapevole che, nonostante il nostro stare in bilico, «Un fiore […] non cresce all’oscuro del sole»; eccolo, dunque, un dato acquisito.

Giorgio Casali
http://giorgiocasali.blogspot.it/

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Informazioni su Giorgio Casali

Nato nel 1986, vive sulle colline reggiane. Speaker di Radio Antenna1 101.3 dal 2009 al 2014 con il programma "Bankshot", recensisce narrativa, musica e poesia su varie Webzines. Ha pubblicato le raccolte di poesia "Attaccamenti" (Albatros, 2010), "Notte provincia" (Edizioni clandestine, 2011), "Poesie" (autoproduzione, 2012) e “Sotto fasi lunari” (Incontri editrice, 2013). Cinque sue poesie sono raccolte nell'antologia "Poeti di corrente" (Le voci della luna, 2013), curata da Anna Ruotolo e Riccardo Raimondo. Con il pittore Andrea Chiesi ha pubblicato il catalogo d'arte "19 paintings 19 poems" (Italian Cultural Institute in New York, 2014), dal quale è stato estratto lo spettacolo "Forma Suono Parole", con la collaborazione musicale dei Siegfried, presentato la prima volta al Poesia Festival 2014.

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