Corrado Bagnoli: “Nel vero delle cose” – di Mauro Ferrari

fonte: poesia2punto0.com, February 6, 2013

*

C’è un mondo abitabile, nella poesia di Corrado Bagnoli, non solo in riferimento ai titoli delle sue raccolte precedenti (Terra bianca Ti scriverò un paese), quanto soprattutto nel riflettersi di due strutture semiotiche speculari: l’abitare un mondo e “l’essere abitati che ci tocca in sorte”

*

Schiusi gli occhi, ogni volta,
al libro della terra, una fitta,
una scommessa mi abita tremando.

(Terra bianca, p. 22)

*

Che l’abitare il mondo avvenga “poeticamente” è conoscenza esplicita almeno da Hölderlin, ma in Bagnoli il occupa nelle sue varie declinazioni il centro dell’opera, con una compostezza espressiva che già Vincenzo Guarracino, nella Postfazione a Terra bianca, definiva “un ethos esistenziale e stilistico di umana compostezza e discrezione” (p. 83).
Nel vero delle cose affianca, a questa voce caratteristicamente lieve ma alta e intensa, lirica ma mai effusiva, un paesaggio esperienziale quanto mai ricco: connubio raro nella poesia nostrana, che mostra come Bagnoli sia uno dei non molti che sappiano fare poesia non tanto a partire da, bensì all’interno di un pensiero filosofico che permea la struttura poetica con la propria necessarietà, invece di fornire spunti tematici più o meno suggestivi.
La presente raccolta propone a livello tematico (riscontrabile però nella resa espressiva dei testi) un passaggio dall’Alto di un pensiero metafisico e metapoetico, del resto già esplicitato dall’impegnativo titolo, al Basso di una Erlebnis che non si confonde con l’imperante autobiografismo minimalista di molti poeti della generazione di Bagnoli: una generazione sommersa e mappata dai critici con pochi frettolosi carotaggi che non ne rilevano la ricchezza e il potenziale innovativo, che in questo caso è davvero evidente.

9788872324530

La sezione iniziale, Accade la rosa gialla, si apre con una constatazione che è un auspicio ancora tutto metafisico, che è anche una constatazione dal ben definito sapore filosofico: “Essere soglia” (p. 9); da questo dato ancora tutto ontologico occorre però discendere verso l’esperienza concreta dell’abitare un mondo “fatto di cose / piccole e ferme che stanno / tutte o quasi in una cartolina“; poiché, ci dice Wittgenstein, “il mondo è tutto ciò che accade”, conoscenza ed esperienza possono procedere di pari passo facendo della comprensione una modalità del vivere; nel mistero del noùmeno, “ogni cosa di oggi si apre però / come un fiore” (p. 16), e quindi l‘essere inattingibile si apre alla comprensione incarnandosi in un accadimento: nelle parole di Bagnoli la rosa gialla passa dall’essere all‘accadere,. e si dà a noi come possibilità di conoscenza. È subito una discesa dal cielo – e da una dimensione angelica ben nota a Corrado Bagnoli –  fino alla terra dove umanamente e carnalmente “ci si bacia sulla bocca / che ha l’odore del vino” (p. 9).

La soglia con cui si apre il libro (la quale non divide o chiude bensì unisce, allude, apre) è quindi l’attesa dell’occasione in cui le promesse si faranno corpo della nostra vita, esperienza autentica perché vissuta. “Io sto sulla soglia“ e “Io sto dentro il mondo”, ribadisce il poeta in due versi, dal sapore magrelliano, che dichiarano quest’esigenza ermeneutica di portare il mondo attraverso un possibile varco fino a uno spazio visibile e vivibile, in un qui: sintagma frequentissimo in questo libro tutto cose, le quali sono tempo nel disporsi l’una dopo l’altra, e spazio nel disporsi l’una accanto all’altra.

Non astrazioni, quindi, bensì apprendimento ad abitare il mondo. e a usare le parole che tentano di catturare il Moby Dick delle cose attraverso l’empatia e l’amore, tema della seconda sezione, la quale suggerisce una continua negoziazione con l’Altro per fondare un’umana ragionevolezza (più che razionalità) del vivere: la creaturalità di Bagnoli si conquista spazio fra il nascere e il morire degli affetti.

Ma è nelle ultime due sezioni (Il tempo dei lampi e soprattutto l’eponima Nel vero delle cose) che il processo si completa per incarnarsi (ribadiamo il termine) nella figura del figlio, presentata con sovratoni esplicitamente angelici: quel “tuo annunciarti tra noi“  (p. 97) è indicativo sopratutto di un riconoscimento maieutico: “Imparo da te ad abitare / il paese che a volte / ho scordato che sono.” (p. 84). “Il mistero che sei” (detto appunto del figlio) è quindi il mistero della yeatsiana “spume that plays upon a ghostly paradigm of things”, divenuto comprensibile perché vivo e presente.

Non sarà allora un caso che il tono si abbassi, benché sempre irrobustito da un’urgenza di pensiero: Bagnoli può permettersi di accostare versi piani (contigui al parlato di Fiori, alla tranquilla razionalità di Magrelli o alla pacatezza di Pecora) con l’obliqua citazione platonica dell‘“apparire di schiume / delle cose”, o domandare angosciato (con angelica angoscia, vista la comune etimologia) “Noi che vento ci porta? / Noi che mare ci prende?“, (p. 89) senza che il lettore avverta alcuno iato, avendo ormai compreso il progetto globale della scrittura di Bagnoli e la struttura di questa raccolta alta e forte, eppure umana e modernissima.

Mauro Ferrari

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: