The Little Book of Kabul – di Lorenzo Tugnoli e Francesca Recchia

fonte: Lorenzo Tugnoli, Francesca Recchia (www.nikonschool.it 2013)

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Afghanistan

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Cominciamo con un viaggio all’Accademia di Belle Arti a Kabul in Afghanistan. In una classe di pittura, ragazzi e ragazze con seghe e martelli costruiscono le tele. In un’altra, con i cavalletti disposti a ferro di cavallo, gli studenti dell’ultimo anno riproducono in grande il paesaggio che hanno in precedenza dipinto in piccolo formato copiandolo da una fotografia o un ritaglio di giornale. Il professore, che ha una gamba più corta dell’altra, ci invita a fare il giro e a vedere a cosa stanno lavorando gli studenti. Sono scene di genere più o meno convenzionali: quello che ci si potrebbe aspettare da una qualsiasi classe di pittura accademica, ma con una declinazione locale.

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C’è una partita di buzkashi – lo “sport” tradizionale afghano – una specie di polo, dove invece della palla si usa una capra; le donne in burqa per la strada; due mendicanti; contadini che prendono l’acqua nel fiume; un altro gioco tradizionale in cui due uomini saltellano su una gamba sola, si spingono a vicenda e vince chi riesce a rimanere in piedi. Poi arriva il turno di un ragazzo alto e magro, ci mostra il suo lavoro: il paesaggio comincia con le montagne afghane per poi sfumare in un deserto di sabbia con la sfinge e le piramidi d’Egitto. In primo piano, in abiti tradizionali, un arabo e un afghano in piedi uno vicino all’altro. Sorridiamo un po’ spiazzati e facciamo i complimenti. Finiamo il giro dall’altra parte della stanza dove sono le ragazze. Ce n’è una con la faccia severa, il velo stretto sulla testa e uno sguardo sospettoso. Dipinge uno scorcio di Kabul. Sullo sfondo c’è il Darul Aman Palace, il maestoso palazzo reale oggi in rovina.

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Nel quadro il palazzo è in uno stato migliore di quello attuale, è distrutto solo per metà. Il cielo opaco è quello inconfondibile della città. In primo piano c’è un soldato americano, con elmetto e giubbetto antiproiettile che avanza tenendo per mano due bambini, un maschio e una femmina. “Interessante” – le diciamo. Lei guarda il professore e gli chiede di tradurre. “Prima c’era un bel palazzo, poi è arrivata la guerra. Anche gli americani hanno portato le bombe. Il soldato volta le spalle al palazzo dopo aver contributo a distruggerlo. Poi se ne va via, prende per mano due bambini e pensa che sta aiutando a costruire il futuro di questo paese”.

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Incontri come questi aprono lo sguardo a un Afghanistan diverso da quello di cui siamo abituati a sentire. Rivelano scorci di complessità e pensiero critico difficili da percepire dalla narrativa limitata e limitante dell’ordinaria informazione. L’età media in Afghanistan è di circa 18 anni. Questo è un dato che racconta tanto della difficoltà di invecchiare in un paese in guerra quanto dell’alto tasso di natalità che inevitabilmente spinge un paese, per quanto martoriato, a guardare al futuro. È quindi sufficiente passare un po’ di tempo con i giovaniche vivono a Kabul per capire che c’è molto più in Afghanistan di quello che ci raccontano i media. Non c’è solo povertà, morte e desolazione, ma c’è una cultura ricca e articolata che la rappresentazione consueta del paese sembra ignorare.

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C’è un dibattito aperto sulle prospettive future, un confronto acceso sul ruolo e il significato del 2014 – l’anno del designato ritiro definitivo delle truppe americane. A Kabul ci sono artisti, artigiani, designermusicisti che giorno dopo giorno cercano di preservare un senso di normalità che permetta loro di esprimere la propriacreativitàThe Little Book of Kabul è il progetto di un libro che vuole rivelare questo volto nascosto della città: un volto vivace e complesso, ma nascosto sotto la superficie delle banalità e dei luoghi comuni. Un libro diistanti, di parole e immagini, che racconta Kabul da una prospettiva diversa. Con immagini scattate in pellicola e racconti brevi, il libro va alla scoperta della città vista dagli occhi degli artisti – Kabul, una città tanto dura quanto affascinante, prende forma attraverso le sfide, le difficoltà, le sorprese e le bellezze inaspettate che offre giorno dopo giorno.

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Seguendo le attività quotidiane di vari artisti, The Little Book of Kabul si concentra sulla dimensione di radicalità che la ricerca della normalità assume in un posto dove l’instabilità politica e le costanti minacce alla sicurezzapersonale sembrano prendere il sopravvento su tutto. Parlare di arte, musica, cultura diventa un modo importante per andare al di là delle retoriche consolidate legate a dualismi quali vincitori e vinti, vittime e carnefici. Raccontare la dedizione e l’investimento sulla produzione culturale in condizioni che sembrano proibitive, rappresenta un tributo alla resilienza umana, alla capacità di resistenza e all’immaginazione che sopravvivono nonostante bombe e macerie.

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Didascalie in ordine di apparizione:

1. © Lorenzo Tugnoli – Kabul, Afghanistan, maggio 2011: Fahim Bash, un musicista tradizionale afghano, prova nel suo studio in Koche Kharabat. In questa strada di Kabul si trovano la maggior parte degli studi dei musicisti tradizionali. Famiglie di musicisti tramandano le loro conoscenze di generazione in generazione, ma i tempi stanno cambiando e con lo sviluppo del paese stanno scomparendo le vecchie usanze.

2. © Lorenzo Tugnoli – Kabul, Afghanistan, maggio 2011: Una giovane studente di calligrafia lavora nella scuola della ONG “Turquoise Mountain” nella zona della città vecchia di Kabul. Questa organizzazione ha restaurato alcuni edifici che ora ospitano una scuola di artigianato che include classi di ceramica, intaglio di legno, miniatura e calligrafia.

3. © Lorenzo Tugnoli – Kabul, Afghanistan, maggio 2011: La violoncellista americana Robin Ryczek e il chitarrista Archiebald Gallet, improvvisano con alcuni musicisti afghani al ristorante Design Cafè a Kabul. Il gruppo, nato da una serie di improvvisazioni durante concerti dal vivo, ha preso il nome di Sound Studies, ed esplora la fusione della musica tradizionale afghana con la musica occidentale.

4. © Lorenzo Tugnoli – Kabul, Afghanistan, agosto 2010: Zolaykha Sherzad, è una stilista afghana che vive fra l’Afghanistan e gli Stati Uniti. Zolaykha ha creato una linea di vestiti che utilizza materiali e disegni tradizionali prodotti nel paese e li rielabora in chiave moderna per poter essere aperti al mercato occidentale.

5. © Lorenzo Tugnoli – Kabul, Afghanistan, maggio 2011: Un liutaio lavora nel suo studio di Kabul. Gli strumenti tradizionali sono ancora prodotti e usati anche se i nuovi strumenti elettronici stanno entrando nel mercato. Ognuno di questi strumenti richiede mesi per essere realizzato e sono rimasti in pochi gli artigiani in grado di produrli.

6. © Lorenzo Tugnoli – Kabul, Afghanistan, maggio 2011: Vista della città vecchia di Kabul.

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Lorenzo Tugnoli è un foto-giornalista che vive a Kabul e un membro del collettivo Razistan.
Il suo lavoro è stato pubblicato dal New York Times, The Washington Post, The Wall Street Journal, Newsweek, Time Magazine, e da molte riviste italiane. Dal 2010 è impegnato nella produzione di libri fotografici per diverse organizzazioni di sviluppo inclusi l’ONU e il ministero degli esteri Tedesco. Al momento sta lavorando a due progetti fotografici: il primo si focalizza sulla vita delle tribù Pashtu nell’Afghanistan orientale e il secondo sulla scena artistica di Kabul.

Francesca Recchia è una ricercatrice e scrittrice indipendente che ha lavorato e insegnato in diverse parti del mondo fra cui India, Iraq, Afghanistan, Olanda, Italia, Svezia, Pakistan, Palestina.
Si occupa principalmente della dimensione geopolitica dei processi culturali e negli ultimi anni si è concentrata sulle pratiche creative e la trasformazione urbana nei paesi in conflitto. Il suo è un lavoro radicalmente interdisciplinare che combina studi visivi, sociali, culturali e postcoloniali. Scrive su Domus ed è staff writer su Muftah. Fra le sue pubblicazioni il libro Estrangement (2012) “Within the Circle of Fear. Field notes from Iraqi Kurdistan” in Sarai Reader 08: Fear; ‘Memory and Place (2010) e ‘Radical Territories of Affection” in Art and Activism in the Age of Globalization (2011).

Per saperne di più:
The Little Book Of Kabul

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