Il fico sulla fortezza, l’ultima raccolta di Claudio Damiani – Intervista all’autore di Matteo Bianchi

fonte: Matteo Bianchi, poetidelparco.it, 2012-11-17

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Cara poesia, se tu vuoi venire vieni,
se non vuoi venire non vieni,
fa’ come fossi a casa tua,
con me devi fare così;
solo, non posso io non venire qui
monte, e non posso non ammirare le tue spalle
e non posso non respirare, qui, la tua aria
che mi nutre e senza la quale
non potrei vivere,
non posso non respirare i tuoi colori
che ti circondano, come vestiti
sempre diversi,
e sentire l’odore delle tue piante, e della tua terra,
e con la mano sentire calda
la tua pietra, come testa d’un bimbo

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Ho individuato il perno della raccolta nel verbo «fermarsi»: astraendo, può essere associato al fico aggrappato alle pietre della fortezza?
Sicuramente, e a tutte le piante che, differentemente da noi, non si muovono. Il loro non muoversi ci insegna la fermezza, la quiete, e l’incredibile fiducia che loro hanno nel cielo, e nella terra. In questo libro le piante sono protagoniste, loro che non uccidono, per nutrirsi, altri esseri viventi. Ciò non significa che noi, animali, siamo nell’errore, e questo lo dico nel libro, anzi ognuno ha bisogno dell’altro, i rossi (noi) dei verdi, e i verdi (le piante) di noi (i rossi), però le piante insegnano tanto e sono un esempio meraviglioso.
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copertina1Come sosteneva Montale nei suoi limoni immortali, la bellezza si libera quando le condizioni della vita sono disperate?
Per me si libera sempre, in quanto la bellezza è un costituente essenziale dell’essere, in quanto tutti gli esseri sono forme, e in quanto forme sono belli. Se non ci fosse la bellezza non ci sarebbero gli esseri. Con ciò non penso che Montale si sbagli. Forse le condizioni della vita sono sempre “disperate”?
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«Vorrei semplicemente descrivere / quello che vedo …» (pag. 28), dunque secondo Lei la poesia sta anche in ciò che giudichiamo ovvietà?
Sì, il problema è che quella della poesia è una ovvietà difficile. Petrarca la chiamava «difficile facilità». Orazio scriveva, nella sua meravigliosaArs poetica: «Comporrei un discorso poetico con parole dell’uso comune, tale che ciascuno si illuda di poter fare lo stesso e molto sudi e s’affanni invano alla prova: tanto può l’ordine e la connessione delle parole, tanto esse acquistano di decoro dal quotidiano linguaggio».

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«Se ti muovi ti sembra / che i suoi occhi ti seguano» (pag. 12). Questo distico mi ha subito ricordato la Gioconda di Da Vinci: qual è il fine della creatività umana? Inseguire la propria arte, o esserne inseguita?
Ciò che voglio dire è che non esistono cose senza occhi. Ogni cosa, in quanto forma (e se non fosse forma non giungerebbe all’essere), è bella e viva. La creatività umana credo faccia parte della più generale creatività della natura. Quale sia il suo fine è difficile dire. In questo libro abbozzo l’ipotesi che l’evoluzione creatrice sia finalizzata al ritorno a una serenità che la materia ha perduto.

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Quali letture, e di più, quali esperienze l’hanno accompagnata ad una riuscita animista, per essere definita da Emanuele Trevi al pari di «un saggio taoista»?
Il taoismo, e anche il confucianesimo, mi interessano tantissimo. Li ho sempre sentiti miei, vicini, come lo stoicismo greco-romano, e poi la poesia in particolare antica di tutte le civiltà, la poesia che per Confucio è la fonte di ogni filosofia. Per quanto riguarda le esperienze: il contatto con la natura, soprattutto.
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A pagina 16 cosa differenzia «la fame» degli animali dall’umana «smania» esistenziale?
Sono forse molto simili, nel senso che anche la smania, l’angoscia, è qualcosa di molto fisiologico e naturale. E che non riguarda certamente solo noi uomini. Questo la poesia l’ha sempre detto, prendete Il torello di Pascoli, o le Elegie duinesi di Rilke.
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Il suo approccio alla poesia può essere considerato prosastico, o quanto meno contaminato da uno stile narrativo?
Sicuramente, è una dote della poesia quella di poter incamerare prosa e narrazione, da sempre. C’è da un po’ di tempo una giusta reazione all’eccessivo lirismo della poesia moderna. In passato la poesia è stata anche narrativa, didattica, teatro, religione, filosofia, e chi più ne ha più ne metta. Penso che in futuro tornerà a essere anche queste cose.
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Perché utilizza il discorso diretto, il confronto dialogico nella versificazione? In chi prende consistenza il termine di paragone oltre che in se stesso?
Il confronto dialogico mi serve per sviluppare dei pensieri, ma credo che sia anche la sua vivacità, e immediatezza, ad attirarmi. Nel Fico ci sono molti “dialoghi”, e nel libro nuovo che sto scrivendo ancora di più, sono quasi solo dialoghi
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«Ti regalo questa pianta» (pag. 71): cantare in versi significa anche donare un’esperienza al lettore, nella gratuità di non ricevere in cambio alcunché?
Sicuramente. Anche perché è arrivata gratuitamente, o quasi, all’autore.
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Ha ancora senso una poesia con radici morali?
Penso che solo una poesia con radici morali abbia senso. Escludo poi che sia mai esistita una poesia immorale. Provi a pensarci, me ne dica una. La poesia è sempre per la vita, è vita essa stessa. Non è mai un chiudersi, è sempre un aprirsi; non è mai egoismo, ma è uscire da sé e andare verso l’altro. Quando si dice che la poesia è espressione di sé, dell’io del poeta, si dice una grande cretinata. La poesia non è espressone di sé, ma dell’altro semmai, degli altri, sempre. E’ convergere, stare insieme, armonia; come gli esseri sono forme di elementi, aggregazioni armoniche, e perciò esistenti, così le opere della poesia e dell’arte. Questo “convergere”, è la moralità. Quindi non è che c’è una poesia più morale di un’altra. Se è poesia, è morale. Ciò vale anche per la cosiddetta poesia civile. Ogni vera poesia è poesia civile, lo disse Pascoli in quel meraviglioso libro che è Il fanciullino, che invito tutti a leggere, o a rileggere, se si è curiosi di sapere che cosa sia la poesia, e anche qualcos’altro.
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«Perché non innaffiare le tombe / sperando / in una più rapida dissoluzione», scrive con rassegnato sarcasmo Cesare Viviani una lapidaria terzina, una sorta di epitaffio: è la stessa morte che flette i rami del fico teso nell’aria, quella con cui il poeta senese apre la sua ultima Infinita fine (Einaudi, 2012)?
Conosco Cesare Viviani e ho grande stima del suo lavoro, la sua è una poesia davvero pensante, e oggi il pensiero – Viviani è un esempio calzante – sembra più facile trovarlo nella poesia che nella filosofia. Ilfico del mio libro sa di morire ma sa anche di non morire, sa delle cose che io non so, e me le dice. Lei potrebbe dire: «Perché, parla?». No, non parla, però dice delle cose col suo modo di essere, col suo esempio.

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Bisogna avere un cuore di ferro
come Ulisse, per vivere.
Penelope è davanti a noi e piange
e noi dobbiamo tacere, non possiamo dire niente,
non possiamo commuoverci.
È tutto così chiaro
eppure non possiamo rivelarci.

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Claudio Damiani, poeta e critico, è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo e vive a Roma dall’infanzia. Tra le sue raccolte in versi ricordiamoFraturno (Abete, 1987) e Attorno al fuoco (Avagliano, 2006, Premio Mario Luzi). Per la Fazi Editore ha pubblicato La miniera (Premio Metauro 1997), Eroi (Premio Montale 2000) e Poesie, a cura di Marco Lodoli (Premio Laurentum 2010). È stato curatore dei volumi Orazio. Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi, 1995) e Le più belle poesie di Trilussa (Mondadori, 2000).  Franco Loi, su “Il Sole 24 Ore”, ha scritto di quest’ultima che «In tutti questi versi si sente la tensione d’amore e lo sdegno, l’accorato compianto per tutto ciò che attorno a noi si disgrega e distrugge, per tutto ciò che nell’indifferenza dei responsabili e la disperazione dei popoli sta rovinando attorno a noi». Per Fazi Editore, Roma, Damiani ha pubblicato nel 2012 Il fico sulla fortezza, pp. 129, euro 12,00

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