La terra franata dei nomi, di Gabriele Gabbia (L’Arcolaio 2011) – recensione di Gianluca Bocchinfuso

Una recensione di Gianluca Bocchinfuso a La terra franata dei nomi, di Gabriele Gabbia (L’Arcolaio, Forlì 2011)
fonte: “Il segnale” (il numero 94)

 *

gabbialaterrafranatadeinomiGabbia arriva alla sua prima silloge dopo avere pubblicato diversi testi su varie riviste e antologie.

La sua terra franata cerca le proprie identità – anche quando stanno e vivono in un contrasto, in tempi non sempre vicini e leggibili – arginando sovrapposizioni e dissonanze. Un processo che non trova mai fine e riposo.

Una ricerca continua che troviamo anche nelle struttura dei testi in cui il carattere normale è alternato al corsivo e crea successioni di significato: «Questo volgere all’interno/ questo esserne, preme/ eccede aggetta/ l’esterno in cui giace –/ l’eterno in cui giaci» (p. 47); «Nello spazio condiviso/ essere solospazio essente, (condiviso)/ in sénell’ascesa dell’ombral’atteso incontro –/ quando sei te» (p.75). Questi strati avvicendati disegnano piani esistenziali di passaggio: verità momentanee che smuovono l’interiorità soggettiva e l’esteriorità visibile a tutti in ogni situazione.

I versi testimoniano tempi di decadenza e di sofferenza; mancano testimonianze capaci di rendere il vissuto dimostrazione dal peso storico, generativo di conoscenza. Non esistono riferimenti a situazioni e spazi di racconto: la sensazione è emozione che non nasconde i gemiti di afflizione e le brevi sopportazioni.

L’esistenza è un’inesorabile mondo di colori contrastanti che non danno e non hanno più radici. Privano le persone della parte serena e semplice, sin dai primi anni di vita. Conducono verso un itinerario di ostacoli e ingombranti verità, in cui l’essere annulla se stesso annullando gli altri:

«Ho sempre guardato, guardato,/ dal nulla da cui vedo/ i corpi della soglia,/ laddove sono rimasto/a fissarne/ la fissità inquieta/ d’un nulla» (p. 34); «Ascoltare il vuoto che ci abita/ nel silenzio che assedia il mattino/ ritrovando stanche membra/ nella tregua che contiene le strade/gli odori, l’occhio che s’affaccia/

e insegue fra i vetri vapori, o il gelo/ ch’è fra noi e il cielo/ – primo pianto d’inverno –/ forse l’alba, d’un ultimo giorno» (p. 27). L’uomo fatica a riconoscere se stesso: abita in maniera convulsa i propri mondi e spesso li cambia fino a deformarli. L’uomo non capisce più i propri orizzonti vitali. Dialogo e conoscenza si autoeliminano e lasciano spazio a contraddizioni di senso che anticipano un punto di non ritorno e, quindi, permangono – pur in divenire – sempre false ripartenze.

Un panorama tanto difficile da vivere o ricostruire con altre forze o semine. Si arriva ad un probabile dolore, graduale eliminazione di forze fisiche o psichiche. Una solitudine quasi statica che lascia pochi barlumi di libertà d’azione e di speranza: «Vedo spalle nei tuoi passi/ e la morte della mente/ avvicinarsi. Questa/ cesura da te non consola/ semmai ricama, dispiega/occulta, l’ordire dei giorni» (p. 56); «Ètardi – è l’ora/della cenere./ Origini e miserie/ disciolgono il bersaglio./ Assembrano/

elise presenze./ È tempo/di subire tempo» (p. 61).

Non bastano le parole per ricavare nuovi silenzi di pensiero e nuove progettualità d’azione e aspettative. Si sta quasi vinti dal tutto perché padroni di niente. Anche per questo l’indagine finale dell’io risulta un’introspezione che ritorna su doppiezze e controverse azioni. Una fotografia che accomuna tutto e tutti in un’avvolgente cornice di destino e parole: «Se mi guardo guardarti/

– se mi vedo –/ immagine e somiglianza/ in te di me/ mi plasma su te/ la grazia evidente/ – l’interiorità latente –/ l’improvvido arcano/ – tacito – in noi» (p. 84).

Non ci sono piani su cui reggersi e la dinamica avversa dell’essere scava il destino verso ombre che non lasciano altro scampo. Non ci si riconosce più: l’io è dissolto nei tanti dilemmi e affonda nell’oscurità senza più anelare desiderio, speranza, felicità. La terra frana e perde sostanza e forma: non è più possibile nemmeno sperare e cercare di capire quali potrebbero essere le possibili strade,

anche solo di sogno riposto o volutamente remoto.

È un arco di vita, quello che disegna Gabbia. Sospeso tra il privato e il pubblico, tra l’esistente e il resistente, tra la vita e l’abisso. Legami personali e collettivi che rimangono confusi e riflettono dentro gli specchi del nostro vissuto e del nostro sentire.

Ci fermiamo a guardare ancora e a sperare. Ma rimaniamo con l’inesorabile terra che si muove e lascia che tutto frani dentro di noi e attorno a noi. «Talvolta ti atterra il corpo addosso/ ed è il cupo gorgoglio di un verbo/ mentre si vaga, per ossessioni, per/ stordimenti – per storni. Il corpo –/ un ceppo – si allontana dallo sguardo/ – suo epicentro, suo traguardo – nel candore/ stridulo delle cose, ove niente/ impedisce la resa, la dipartita, ove la voce/ si ascolta una volta sola, mentre tutto/ non torna – è molto diverso – ricomincia» (p. 23).

Gianluca Bocchinfuso

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