Un estratto da “Ciò che siamo, ciò che vogliamo” (Il Ponte Vecchio 2009), di Michele Ballerin

Estratti dal saggio Ciò che siamo, ciò che vogliamo. Dalla crisi dei valori all’Europa del diritto (Il Ponte Vecchio, 2009), di Michele Ballerin

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Il sentimento nichilista moderno è simile a quello del Basso Impero solo nella sostanza, mentre nella forma appare l’esatto opposto: là l’immobilità e il ristagno, qui un movimento incessante e frenetico, un’inarrestabile spinta in avanti. Il denominatore comune è una società sorda alle nostre richieste di senso. La nostra vita è tutt’altro che circolare. Com’è noto, il tempo circolare o immobile è un’idea degli antichi, mentre la sensibilità moderna è piuttosto una freccia scagliata nel futuro, cioè noi percepiamo noi stessi come proiettati verso il domani. Ma questo domani non ha un volto né una forma qualsiasi. Siamo sprovvisti di indicazioni su come muoverci e verso quale meta, posto che ce ne sia una. Il terrore ultimo che si annida negli strati profondi della coscienza moderna è che il nostro viaggio sia in realtà la traiettoria di un meteorite lanciato nel vuoto cosmico: la deriva più completa che si possa immaginare. Il lettore non ha che da interrogare i suoi incubi…

Questo smarrimento, questo deficit di significato ha il suo risvolto più concreto nell’assenza di valori precisi che regolino la vita sociale. Se manca un significato assoluto, una visione incrollabile del mondo, mancano anche il fondamento e la legittimazione per un codice di norme che pretenda di stabilire assolutamente che cosa sia una condotta giusta o sbagliata. È il relativismo, che Tocqueville presentiva con onesta inquietudine. Bene e male diventano termini relativi. La conseguenza più drammatica è di ordine politico: a parità di significato, o di insignificanza, delle alternative morali la supremazia è affidata alla forza. Si giunge così all’affermazione del potere puro, chiamato a dirimere la questione e a colmare il vuoto. Che cosa sia questo potere incondizionato, che trova in se stesso il suo fondamento e la sua giustificazione, lo si è sperimentato a sufficienza negli ultimi cento anni e lo ha descritto bene Camus, il quale aveva compreso, prima e meglio di altri, cosa significhi in ultimo camminare sotto un cielo senza dei. Basta riandare a certe affermazioni di Mussolini, alle sue celebri contraddizioni programmatiche, per veder affiorare, sotto la polpa retorica, l’ossatura nichilista di ogni fascismo, cioè di un attivismo puramente tattico, senza strategie né programmi che non siano la conquista e la conservazione del potere. Non si tratta solo di spregiudicatezza politica. La politica è nata spregiudicata e lo è sempre rimasta. Però un conto è il cinismo rispetto ai mezzi per raggiungere un fine generale, un altro è il cinismo rispetto ai fini, anzi l’assenza stessa di qualsiasi fine. Una simile aberrazione, una politica senza valori, è possibile soltanto se la società nel suo complesso ha smarrito il proprio orizzonte etico e si è frantumato l’accordo sui princìpi fondamentali; e questa è appunto oggi la condizione dell’occidente, orfano di un’etica trascendentale.

Ora, ecco i termini precisi in cui si pone il dilemma: noi, eredi del dubbio, siamo oggi intimamente, irrimediabilmente laici; la nostra sensibilità, modellata da un lavorio durato venticinque secoli, si è assestata su questa posizione dalla quale non può più retrocedere. È così, ed è bene che sia così, se la storia deve seguire il suo corso. Tuttavia non possiamo, in quanto uomini, vivere sprovvisti di un’etica che orienti i nostri passi e dia una struttura e una fisionomia al corpo della società. Quello che ci occorre, dunque, è un’etica laica. Questo è in sintesi il problema del nostro tempo.

Copertina Ciò che siamo ciò che vogliamo

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Non mi è dato sapere, purtroppo, quanti condividano oggi la seguente consapevolezza: che nessun politico “nazionale” è attualmente alle prese con i problemi reali, ma si limita soltanto a osservarli e a prenderne atto; ne è spettatore, al pari di tutti gli altri spettatori: pubblico fra il pubblico, “persona informata sui fatti”. Tradotto in termini più crudi: che nessuna società nazionale sta affrontando le circostanze, ma ognuna le sta subendo. Il giorno in cui esisterà una società europea con istituzioni europee, con politici europei e un’opinione pubblica europea, allora ci sarà anche una politica all’altezza del momento, perché ci sarà il soggetto che le circostanze richiedono. A, B, C… semplice. Però questo è ancora, in gran parte, da realizzare. Quando si dice “Europa unita” si dice “Europa federale” o non si dice nulla. Non ci sarà “Europa” se non ci sarà uno stato europeo, e un simile stato – ancora inesistente e tuttavia perfettamente necessario, ossia impresso come un’orma dai contorni precisi nella struttura stessa del presente – sarà una federazione.

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Questo esperimento coincide con il processo di pacificazione del pianeta, perché ne è l’unico presupposto, se vogliamo parlare di politica e non di mitologia. Mai come in questi tempi si richiede al pacifista un’alta dose di rigore nel trattare il suo tema prediletto. La pace non è un ideale né un pio sentimento, ma un dato sommamente concreto, un problema tecnico. Di più: è un fatto, un accadimento storico accertato, che ha avuto luogo innumerevoli volte, sistematicamente e con pieno successo. La storia stessa, che si è portati per lo più a leggere come una sequenza di guerre e rivoluzioni, consiste invece nel progressivo ridursi dello spazio sociale soggetto alla violenza. Noi abbiamo con questo fenomeno una tale dimestichezza che il segreto della sua formula non è in realtà più un segreto: lo possediamo. “Pace” e “stato” sono sinonimi. C’è “pace” dove c’è “stato”, dove una sovranità superiore sottrae agli individui e ai gruppi la prerogativa della forza, assorbendola in sé e sostituendo alla violenza il diritto, che è la regolamentazione pacifica dei conflitti. La regola inversa è che dove convivono più sovranità distinte e complete esistono i presupposti per il conflitto violento, ciò che chiamiamo guerra.

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Chi affronta la storia deve prepararsi a più di un paradosso, e prima di tutto al paradosso generale, complessivo, per cui essa sembra prestarsi nel contempo a due letture opposte e apparentemente inconciliabili: quella dell’ottimista e quella del pessimista. Suona improbabile, ma è così: la storia accontenta entrambi.

Caliamoci un momento nei panni del pessimista e vediamone le ragioni. Non è mai successo che un evento storico esaudisse un ideale. Vale a dire: la storia delude sempre. La rivoluzione francese comincia subito a coprirsi di sangue, si avvita su se stessa nel giro di pochi anni e converte un moto di liberazione nel suo opposto: la dittatura. In Italia il Risorgimento tradisce tutti i propri ideali e porta a una monarchia sclerotica e colonialista. Mazzini e Garibaldi muoiono delusi e amareggiati, convinti di avere fallito.

Al tempo stesso, e al di sopra di ogni dubbio, si verifica il contrario: i più folli ideali vengono progressivamente, inesorabilmente portati a compimento, al punto che la storia stessa sembra coincidere con il sogno di uno sfrenato utopista. Nel giro di pochi anni gli slogan della rivoluzione francese diventano costituzioni scritte in tutta Europa. Gli ideali diventano, uno dopo l’altro, realtà: repubblica, democrazia, diritto. Più in generale: pochi “giorni” fa un’umanità polverizzata in bande litigiose si disputava ogni fazzoletto di terra; oggi tutte le nazioni della terra siedono intorno a un tavolo e discutono su come gestirla nel modo più ragionevole, dopo avere sottoscritto un documento che sancisce l’etica del rispetto universale… Discutono, litigano… e allora? Siedono insieme: è questo che conta.

Mentre scrivo, nel pomeriggio di un freddo autunno, apprendo la notizia che l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha approvato la moratoria sulla pena di morte, rispondendo a un appello dell’Unione Europea. È un fatto enorme, che mette in prospettiva cinquemila anni di storia. Esso dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’umanità nel suo complesso ha un orientamento e una direzione – benché ciò non sia ancora tutt’uno col seguirla in concreto e fino in fondo. Tuttavia noi ci accontentiamo, per ora, perché sarebbe stupido non farlo: non ci accontentiamo infatti di poco. Cinquemila anni non sono nulla – il tempo che impiega una foglia per staccarsi dal ramo e piovere al suolo – se hanno significato l’aggregazione delle tribù umane intorno a un’unica idea di convivenza: la convivenza fondata sul diritto. Che tale idea fosse anche già realizzata, che fosse un fatto compiuto, sarebbe sciocco pretenderlo: sarebbe pretendere che i fatti, appunto, nascano già compiuti… I fatti devono compiersi: e noi abbiamo oggi mille indizi che il gigantesco fatto stia per compiersi, che sia avviato a compiersi. È lecito stupirsi. È lecito, perfino, commuoversi. Ma i fatti si compiono per gradi, attraversando tutti gli stadi della loro trasmutazione. Perciò è necessario riconoscere oggi in quale angolo di mondo, fra quali mani il processo concretamente si compie.

C’è un solo punto in cui l’Europa acquista una propria identità definita e un proprio peso specifico, un’indiscutibile rilevanza: là dove si identifica con la cultura del diritto. Se questa equazione non si verificasse non sarebbe il caso di parlare di “Europa”, cioè il fenomeno europeo non si staccherebbe abbastanza dallo sfondo perché contasse di occuparsene. Dal quel momento in poi invece l’Europa esiste e, ciò che più conta, una strada le si apre davanti. Il diritto come etica per il millennio che avanza; la saggezza liberale come retaggio politico e prospettiva teorica; gli Stati Uniti d’Europa come progetto per raccogliere in un fascio unico le linee di sviluppo della civiltà occidentale: tutto questo ci dà un mondo, e insieme spoglia la generazione presente di ogni possibile giustificazione. Indugiare nel vuoto non le è più concesso, dal momento che tutto le addita una fede e un compito.

Michele Ballerin

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