Nicola Vacca, “Mattanza dell’incanto” (Marco Saya Edizioni, 2013) – recensione di Antonio Daniele

Questa silloge poetica di Nicola Vacca, introdotta da un capitolo di “aforismi lunghi”, è un viaggio nell’abisso della realtà italica, una impietosa fotografia del nostro stato di animali sociali allo sbando, una estrema unzione senza assoluzione del nostro Paese, condannato alla rovina da «untori senza scrupoli» (Un paese barbaro). Vittima di una politica da basso impero (“Abbiamo toccato il fondo”), dice Vacca, l’Italia sta disastrosamente perdendo la sua identità e precipita nel baratro, congelata nelle tenebre della stupidità, della menzogna, della falsità, del conformismo, della banalità.

Viene qui ritratto un Paese che dorme il sonno della ragione (quello che genera mostri), popolato da gente «incancrenita dal proprio ego» (“L’investigazione dell’anima”), prigioniera dell’edonismo e dell’indifferenza. Perché ci si guarda in cagnesco? Perché non si corre in soccorso degli altri? Qui c’è una società in piena decadenza, una civiltà che sta morendo. Siamo ormai soli in mezzo alla folla (Non è un caso), persi in un «deserto di emozioni» (Continuiamo a sperare in una nuova primavera, Nel deserto delle emozioni), troppo intenti a nasconderci vilmente dietro le nostre maschere, maschere che uccidono «noi stessi e il mondo» (“Quando una civiltà sente vicina la propria fine”).

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Risulta allora centrale il ruolo del poeta, vate salvatore dell’umanità, colui che «raccoglie per noi i fiori del male» (La società sbagliata). Egli usa l’arma affilata della poesia, combatte usando le parole riconciliate con il loro significato, mostrandoci come riappropriarcene: la resistenza passa per la Parola.

Per poter salvare l’anima dalla «morte per assideramento» (Nevica), sebbene a volte preferisca tacere (Oggi scelgo il silenzio), il vate/poeta sceglie di continuare a scrivere (Testimoniare le amarezze) e «disperdere versi come il vento che spira e lascia dietro di sé una traccia da seguire» (Voglio). È un indignato grido di denuncia il suo, ma soprattutto un accorato appello al risveglio delle coscienze.

Per superare questo «inverno dello spirito», questo «tragico tempo dell’apparenza» (“L’inverno da raccontare”), cantore dell’antinichilismo, egli ci indica l’unica strada: mettere a nudo il nostro cuore, porci in ascolto dell’altro, consapevoli che «le emozioni hanno la loro casa nelle parole». A ben guardare, un raggio di luce c’è, c’è speranza se impariamo a mostrare i nostri difetti e la nostra fragilità: attraverso una resa incondizionata all’altro ci si ritrova e si può provare amore vero.

Antonio Daniele

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  1. L’ha ribloggato su Flameonair's Bloge ha commentato:
    Da non perdere…

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