“Viaggio nella presenza del tempo”, Giancarlo Majorino (Mondadori 2008) – recensione di Laura Garavaglia

Il poema nasce come opera totale, perché all’origine della civiltà, nelle società a bassa complessità, la sapienza ha carattere di unità, totalità.

Nei poemi omerici non c’è distinzione tra filosofia, poesia, arte, politica, organizzazione della città. E come in Omero anche nella Teogonia di Esiodo o nei Veda, ad esempio, c’è questo respiro ampio, questa visione che abbraccia l’intero, il tutto.

I grandi, fondamentali passaggi evolutivi della storia letteraria sono tutti poematici, come ha osservato Salvatore Natoli.

Basti pensare alle saghe medioevali, alle opere di Dante, Milton , Shakespeare, Goethe.

Questa ricerca di una totalità che possa ricomporre, trovare un centro di gravità nella poliedrica epoca contemporanea, dominata dalla frammentazione del sapere e dal relativismo, è presente nel libro di Giancarlo Majorino, Viaggio nella presenza del tempo.

Fatica di una vita, se si pensa che il poema è stato scritto, ripensato, rielaborato nell’arco di quarant’anni. E altra forma l’autore non avrebbe potuto dare, se non quella poematica, a questa sua “creatura”, per la durata del viaggio, il percorrere e ripercorrere con il corpo e lo spirito territori distanti tra loro, geografie di un vissuto che torna in ogni momento ad accendersi dei colori , vivaci o cupi, del presente.

Del resto che fosse il genere di composizione che Majorino ha da sempre sentito più vicino a dare corpo attraverso il linguaggio alla sua poetica, era chiaro sin dalla sua prima raccolta, La capitale del Nord, nella quale esplorava la Milano degli anni 50 e 60, con tutte le speranze, gli entusiasmi e le contraddizioni che si potevano vivere allora in una grande città ancora segnata dal ricordo di una spaventosa guerra eppure già proiettata verso la nuova era del boom economico.

Quella Milano, insieme all’altra città, Crema, che per Majorino rappresenta un luogo dell’anima, torna nel poema Viaggio nella presenza del tempo. E vi torna in parte con i personaggi di allora, l’ambiguo Dominici, il giovane Zirli, e con personaggi nuovi; microcosmo, insieme che include elementi similidissimili che nel poema si faranno metafora del viaggio della vita del poeta attraverso il caotico mondo contemporaneo, affollato da tante esistenze che diventano a loro volta simbolo di banalità, volgarità, corruzione, malvagità o speranza di riscatto e salvezza , le Casalinghe (nominate con una semplice sigla C-C)) , Rodo il mafioso, la Beatrice Nera, solo per citare alcuni esempi.

Impresa coraggiosa, quella di Majorino : ritrarre in un unico, grande affresco la multiforme realtà contemporanea, così infinitamente diversa da quella mitizzata da Omero, basata su una condivisione di idee e valori tra autore, protagonisti e lettori.

Poema, dunque, come ideale schema, “contenitore” di passioni, sentimenti, gesti, comportamenti, idee, esperienze, storie , tutto ciò insomma di cui è fatto l’uomo , di cui tutti noi siamo fatti, “agglomerati di eterogenei”, “singoli di molti”, “esseri pezzati” in quanto forgiati dai mille incontri del volo più o meno breve che siamo tenuti a compiere in questo mondo, vasi comunicanti , spugne che assorbono e a loro volta rilasciano la loro essenza, mosaici composti da tasselli che si rinnovano in continuazione, passando da uno all’altro.

Poema epico lirico, epico narrativo, epico critico, come lo ha definito l’autore. Perché solo nella varietà dei generi letterari, solo nel pluristilismo poteva trovare forma il progetto ambizioso e vasto di ritrarre la caleidoscopica età contemporanea.

L’idea, del resto, è tutta nelle prime pagine dell’opera, dove Majorino riporta due citazioni hegeliane, che sono la traduzione del filosofo di ciò che succede nella realtà.

L’autore ha ritrovato nella prima l’equivalente logico di un paesaggio visto dalla finestra della casa di Milano dove viveva tempo fa, in via Melloni: un cortile dove la molteplicità si coglieva in tutta la sua vitalità e complessità, fatta del bambino che piange, della donna affacciata alla finestra di fronte, del vecchio che riposa a letto, dei vicini silenziosi e di quelli che gridano, degli arredi degli appartamenti che si potevano scorgere o intuire attraverso i vetri. Frammenti di ciò che è essenziale non solo per la poesia, ma per la vita.

La seconda citazione, presa da una argomentazione di carattere etico-politico, viene interpretata da Majorino come “la necessità di misurare bene per chi voglia mutare, la complessiva forza e puntualità di profondità di ogni ambito del vigente”.

Majorino, nel poema, esplora la realtà ora con lucida razionalità, ora vagando in una dimensione onirica.

Il tempo e lo spazio, lo “spazio tempato” sono dimensioni che si ampliano si condensano in un continuo fluire di immagini, personaggi, situazioni che si fissano, con macchie di colore più e meno grandi e intense, sulla grande tela del presente, sfrondato dei particolari, degli aspetti più significativi, che il passato fissa e a volte ingigantisce nel ricordo. Un presente “rap-presentato” nella sua disarmante frammentazione.

Se noi siamo fatti di io-io e di altri e gli altri sono fatti di sé e di altri, ecco che Viaggio nella presenza del tempo ha dunque l’ambizione di “restituzione” di aggregati di eterogenei.

In questo senso va letta quest’opera straordinaria. In questa ottica anche il sapere assume un significato diverso da quello odierno, che oscilla tra superficialità e quasi maniacale iper specializzazione.

Si può parlare infatti, ai nostri giorni, di frammentazione dei saperi .

La conoscenza sembra arroccarsi in corporazioni, i cui membri si chiudono a difendersi da quella dittatura dell’ignoranza che l’autore vede come causa e al contempo effetto della sottocultura imperante.

Un circolo vizioso teso a costruire in continuazione falsi valori e inconsistenti miti tenuti in vita per consentire e legittimare “poteri e poterini”, assopendo, narcotizzando le menti, riducendo le nostre vite in “vitette”.

Circolo vizioso, si diceva, tenuto in costante tensione anche dalla contrapposizione del “si” e del “no”, cioè dalla adesione totale , per stanchezza, assuefazione, abitudine, alle logiche perverse del potere o al loro drastico rifiuto, privo di qualsiasi apertura dialettica, di benché minima possibilità di confronto, di coraggioso e leale “misurarsi con le ragioni più alte dell’avversario”, come più volte ha sottolineato Majorino . Da ciò l’ inutile e desolante chiudersi dei saperi in “fortezze nascoste”.

Se ci poniamo entro l’originale prospettiva che l’autore suggerisce per osservare, esplorare la nostra complessa, magmatica realtà, ecco che anche coloro che detengono il sapere, poeti, scrittori, scienziati, filosofi intellettuali in generale, non saranno più individui isolati, prigionieri della loro stessa conoscenza bensì singoli di molti.

E sarà un modo per aprire finalmente la porta delle “fortezze nascoste”, dove autorevoli scrittori, eminenti artisti (ormai sempre più rari, sia gli uni che gli altri), che rappresentano i vertici delle corporazioni, sono anch’essi soggetti più o meno consapevolmente alle logiche del consumismo e dei “poteri e poterini”.

I pochi eletti prescelti da chi, all’interno delle fortezze, conta hanno infatti possibilità di successo, anche se effimero. Non importa il valore di ciò che dicono, scrivono, fanno. L’importante è che sia di tendenza e che produca guadagno.

Così molti sono coloro che rimangono ai margini, sospesi nel limbo degli sconosciuti, anche chi potrebbe emergere per reale talento.

Sarà tuttavia possibile, e il messaggio che Majorino trasmette è chiaro e forte, abbattere i mille stereotipi che soffocano le nostre coscienze con spessi strati di inconsistente esteriorità, sarà possibile recuperare la nostra interiorità dispersa per capire che esistiamo perché siamo fatti di altri e gli altri esistono perché sono fatti anche di noi.

Questo potrà avvenire grazie a quelle che l’autore ha definito, nel saggio La dittatura dell’ignoranza, “vie di mezzo”, ovvero “scrutatori personali sdegnati, giovani perplessi e problematici,artisti nella baraonda dei non-riconosciuti, anziani che non ne possono più”. Simili dissimili che non hanno ridotto ad un perenne letargo le loro facoltà intellettuali, che si ribellano alla narcotizzazione della coscienza, individui sparsi nelle mille correnti , nei vortici di una realtà che sembra travolgere e macinare tutto.

Questi individui, se non potranno determinare un mutamento epocale, saranno però in grado di provocare uno “spostamento”, unica alternativa valida sia all’assuefazione incondizionata sia alla netta contrapposizione ai poteri e poterini dominanti.

Lo spostamento attuato dalle cosiddette “vie di mezzo” sarà in grado in futuro di abbattere stereotipi e portare ad una rinascita culturale ed etica non solo del nostro paese, ma anche del mondo intero.

La dicotomia tra individualismo e massificazione, aspetti negativi e contraddittori che caratterizzano la nostra epoca e alimentano il dominio sovrano dell’ignoranza, della volgarità, della bruttezza può essere superata da questo spostamento di saperi, generando una nuovo modo di fare cultura.

Parafrasando Nietzsche, Majorino arriva ad affermare che “la morte è morta”, perché ciascuno di noi vivrà in parte delle idee, valori, dei gesti dei suoi simili-dissimili.

Attribuire valore trascendente a ciò che è immanente, ecco il significato del messaggio del poeta.

Nel suo viaggio tra realtà e sogno in una terra gremita di esseri umani, l’autore assume diverse identità (il Rappresentante, il Diarista, il Prevecchio).

Majorino-Viaggio nella presenza del tempo bigE’ un mondo affollato di singoli di molti, dove il poeta, con la lucida ironia del “tetrallegro”, ossimoro vivente, lascia aperte delle vie di fuga attraverso le quali raggiungere un cambiamento.

Qui diventa , o meglio torna a diventare , cruciale il ruolo della poesia, linguaggio del cuore e della mente; acquista valore il forte significato di “viverescrivere”che Majorino ha sempre avvertito come inscindibili per l’esistenza , perchè il “fare” poetico, suscitando dubbi salutari, scuotendo menti intorpidite, fa scaturire la domanda, la ricerca del senso delle cose.

Ed è nello “spazio tempato” della vita, perché “tutto si gioca qui”, che sarà possibile trovare forse una risposta, tentare, ritrovando noi stessi negli altri e gli altri rispecchiandosi in noi, di diffondere e far rinascere una cultura vera, come tanti torrenti di montagna che al disgelo aumentano la loro portata e arricchiscono di acque un fiume più grande .

Poiché “non è manchino affetti/manca il sapere/ girano come ciechi” è necessario, per poter di nuovo vedere la luce della conoscenza, che sia “pace tra i similidissimili, cui non si può non tendere”.

Nel rinnovamento culturale auspicato dall’autore, fondamentale è il ruolo delle donne.

Le figure femminili sono una costante nel poema. Ognuna di esse sembra personificare le innumerevoli sfaccettature dell’animo femminile; alle donne il poeta guarda con una sorta di ammirata fiducia nelle loro possibilità di riscattare la propria identità da secoli di sottomissione, in una società ancora maschilista , dove il predominio dei “maschi caschi” è malcelato ancor oggi dall’ ambiguo e formale paravento delle pari opportunità di genere.

Figure ricorrenti sono le CC, le “casalinghe chiacchieranti”, legate ad un ruolo che da secoli ha destinato la donna all’ “etica della cura” (contrapposta all’ “etica della giustizia”, tipicamente maschile) teorizzata nel saggio “In a different voice” di Carol Gillgan, come sua naturale inclinazione: cura della casa , dei figli, degli anziani.

L’etica della cura acquista nel poema in parte una valenza positiva: la Bean “colei che diverrà presso il Prevecchio la Beatrice Nera”, personaggio che cela l’identità di Enrica , compagna di vita del poeta, attribuisce alla cura una dimensione di alto valore culturale, politico e sociale. Il prendersi cura dei vecchi genitori non è tanto, o almeno non solo, una dimostrazione di affetto e generosità, ma un modo di lottare contro una società che emargina gli anziani, imponendo loro abitudini, comportamenti, e in definitiva un modo di pensare e dunque di essere che devono adeguarsi alla logica del profitto.

Ed è alla donna che il poeta attribuisce la capacità di riaffermare la dignità della vecchiaia in un’epoca che tende in ogni modo, anche grottesco, ad allontanarla come la peste, per esorcizzare la morte.

Altro tema affrontato è quello dell’abbrutimento che il lavoro domestico provoca alla donna.

Infatti non viene mai abbastanza riconosciuto né gratificato, e la frustrazione che ne deriva è ben sottolineata nel poema , come si legge nel Cinquantesimo canto : Oswaldina “mormora “qui nessuno mi caga”, alludendo all’indifferenza del figlio quando lei entra nella “gloriosa cuccina dei suoni” dove pare solo il cane e il gatto si accorgano della sua presenza e “butta, come vengono, le giornate uniche, delusa”. Sono donne “misteriose nella non ricerca del loro imo”, eppure, sia pur in modi diversi, desiderose di spezzare le catene dello stereotipo moglie-madre , che per secoli ha impedito alla donna di esprimere una propria forma di cultura nella società, nelle arti, nella letteratura, di parlare con un linguaggio personale , che rispondesse al suo intimo sentire che è soprattutto di cuore e viscerale, dato che il ventre femminile è il luogo sacro dove si concretizza il miracolo della vita. Un modo di vedere la realtà, il mondo “di pancia”, che riesce poi tuttavia a trascolorare nella limpidezza della razionalità.

L’autore crede anche nella donna come colei che potrà riscattare il genere umano dalla condizione di decadenza morale, culturale e civile in cui si trova. La figura della Beatrice Nera, la prima che apre il poema,si erge con forza trascinando verso la salvezza una nave carica di clandestini alla deriva, dimostrando così , coraggio e un sincero sentimento di solidarietà verso coloro che soffrono. E la compassione, intesa nel senso più profondo dell’etimo, è prerogativa nobile, tipicamente femminile.

C’è poi l’amore, sentimento proteiforme, descritto vissuto, sentito in tutte le sue sfumature dalla donna: passione che brucia i sensi, tenerezza infinita, comprensione nei confronti dell’atro, stima e rispetto della diversità.

Dalle figure femminili del poema, sin dalla frase emblematica pronunciata in apertura dalla Bean, “scemo, sono qui da un pezzo” emerge senso pratico, capacità organizzativa, gestione razionale del tempo, tutte qualità che appartengono alla donna, da sempre abituata ad occuparsi contemporaneamente della casa, dei figli, del proprio lavoro. I “tempi” della donna sono profondamente diversi da quelli dell’uomo e potrebbero essere presi come esempio virtuoso anche per una programmazione della vita privata e pubblica, affidando alla donna incarichi di carattere politico e istituzionale che, soprattutto nel nostro paese, sono l’eccezione che conferma la regola.

Il cammino, irto di difficoltà, verso una vera riconquista della propria identità di genere potrà compirsi tuttavia solo quando la donna non si assoggetterà più, anche in maniera inconscia dopo secoli di condizionamento, al perverso gioco di usare il proprio corpo per affermare mente e spirito o a dover assumere, per raggiungere lo stesso obiettivo, atteggiamenti tipicamente maschili.

Nel poema la volontà di affermare “con voce diversa” la propria femminilità “fisica” e “spirituale” presuppone un mutamento di ordine sociale e culturale , grazie alla capacità propria della donna , di riscattare i più deboli, gli oppressi, trasformando vitette in vite vere, degne di essere vissute.

Non a caso Majorino fa riferimento a un passo di Luce Irigaray in cui l’autrice sottolinea come le donne, mettendo in discussione “l’ordine dei valori dominanti: economici, sociali, morali, sessuali” interpellino “il fondamento stesso del nostro ordine sociale e culturale, la cui organizzazione è stata prescritta dal sistema patriarcale”.

La prima figura di donna che appare, a parte la Beatrice Nera, è Vanna, la ricca borghese che si fa rivoluzionaria, figura di giovane che vuole rompere col suo passato, ma non proprio del tutto, che vive l’esperienza della Comune e delle lotte operaie, che diventa la “favorita” del capo, stereotipo di una condizione femminile non riscattata certo dai movimenti di contestazione giovanile del ’68, che hanno avuto una connotazione fortemente maschilista. Figura emblematica, perché comune a molte giovani studentesse, del tentativo di liberarsi, in maniera tuttavia ambigua e non del tutto convincente, di una condizione sociale che poco aveva a che vedere con le esigenze di affermazione economica e sociale della classe operaia.

Più volte nel poema le figure femminili appaiono in gruppo. Majorino sottolinea il desiderio di stare unite delle donne, di confrontarsi per capirsi meglio, di essere solidali per acquistare coraggio, provare empatia e condividere quindi paure, incertezze, dubbi ma anche idee, convinzioni, speranze: “ora vanno a due, a tre a quattro, diventano più sì che no (se gli abbandonati non le massacrano…)” (pag. 151).

Il tema, oggi più che mai attuale, del corpo femminile e della sua mercificazione, è, a mio avviso, uno dei leit motiv del poema. Un corpo svilito e considerato dal maschio solo come fonte di piacere sessuale o contenitore per la procreazione, un corpo che deve essere per l’altro, non per se stessa, e dunque va agghindato, curato, reso gradevole per innescare il gioco della seduzione: “riaffezionarsi al proprio corpo, abituarsi al proprio corpo intero, vuoi allo specchio vuoi da didentro, ma non meno nei colloqui sbaraglianti e sempre meno timidi con altre donne (…)” (ibidem).

Un corpo che può subire torture e affronti inimmaginabili, come nei filmati hard più spinti, dove il piacere sessuale si confonde e si distorce in puro sadismo.

Un corpo di cui la donna deve riappropiarsi pienamente, evitando anche le esagerazioni fuorvianti e distorcerti che il femminismo aveva scambiato per liberazione da stantii stereotipi .

Spregiudicatezza e forte senso di giustizia Vanna, propensione alla riflessione personale e a valutare con saggezza le cose Costanza, fiducia, nonostante le delusioni, nell’amore come sentimento che affonda le proprie radici nella reciproca stima e condivisione di valori Grazia, condizione di forte disagio interiore e depressione che sconfinano in una sorta di lucida follia Ida. Ogni personaggio è tassello che compone il mosaico poliedrico dell’universo femminile.

L’autore sembra consegnarsi fiducioso nelle mani femminili. Quell’esortazione all’inizio del poema ha un significato profondo: è Enrica, donna, compagna che richiama il poeta alla realtà dopo un viaggio tra passato e presente che spesso sconfina nella dimensione ingannevole del sogno.

Laura Garavaglia

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