“Fontamara”, il primo romanzo di Ignazio Silone (Mondadori, 1947-1988)

silone fontamara mondadori«[…] Chi poteva protestare? Non si poteva nemmeno protestare. Tutto era legale. Solo la nostra protesta sarebbe stata illegale.» 

Fontamara è il più famoso romanzo di Ignazio Silone (nome d’arte di Secondo Tranquilli), nonché uno dei libri italiani più letti e tradotti nel mondo dal secolo scorso. Pubblicato a Zurigo nel 1933, dove Silone era in esilio, solo nel ’47 vide la luce in Italia, una volta terminate le esperienze di fascismo e guerra civile. Il libro però, osteggiato sia dalle destre sia dalla sinistra ortodossa (dopo una militanza dirigenziale nel PCI della prima ora, Silone si avvicinò al Partito socialista – fu poi uno dei fautori dell’esperienza PSU), ottenne successo in patria solo intorno alla metà degli anni Sessanta.
Fontamara è la storia di un piccolissimo paese dell’Appennino abruzzese e della sua gente, che a turno racconta «gli strani fatti» e soprusi subiti dai cafoni, «i braccianti, i manovali, gli artigiani poveri» come tanti ce ne sono al mondo (di qui il valore universale e non localistico del romanzo), nel contesto storico della dittatura fascista in Italia.
Il valore politico di Fontamara, accusato di obsolescenza dagli stessi contemporanei, sta tutto nella graduale presa di coscienza collettiva della necessità di combattere l’ingiustizia – legalizzata – dell’autorità al potere. Si parla di contadini senza terra e di uno sviluppo sadico del capitalismo e dei suoi sfruttatori: senza quella scientificità marxista che andava di moda all’epoca, ma un po’ alla buona, ingenuamente, con cuore: Berardo Viola, l’eroe del libro, è colui che incarna tanto il secolare sentimento cristiano del popolo, tanto il diritto consuetudinario del paese – gli spazi di terra comuni, l’acqua del ruscello comune – quanto la disponibilità al sacrificio per il pezzo di pane quotidiano.
Se già negli anni Sessanta la questione sociale era monopolizzata dai sindacati e dai partiti operaisti, potrebbe sembrare che oggi, a ottant’anni dalla pubblicazione del romanzo, Fontamara sia un bell’oggetto da collezione, un libro sì da leggere a scuola ma che non graffia, che non può incarnarsi nel presente.
In realtà ci si accorge che, sia da un punto di vista morale, sia dal punto di vista storico dei rapporti di produzione, molte cose non sono cambiate, e che Fontamara è ancora attualissimo. Il lettore di oggi non può fare a meno di notare la centralità del tema del lavoro presente nel libro, un tema che non viene sviscerato in modo accademico, ma sentito, vissuto e raccontato da chi vive sulla propria pelle le ingiustizie, da chi soffre le piccole e grandi tirannie dei proprietari, e che è costretto a subirle. Come se le cose fossero decise così tanto in alto, così tanto lontano da chi effettivamente lavora ed è governato, che non si ha il tempo né la forza necessari neanche per capirle.

«[…] a memoria dei più vecchi, non era stato sempre così. Un tempo c’erano dalle nostre parti tre o quattro proprietari, compreso il vescovo, i quali possedevano tutto e regolavano tutto, direttamente, in base a due o tre leggi semplicissime, conosciute da tutti. Non si stava bene, si stava anzi assai male, ma tutto era semplice. Le complicazioni e gli inganni cominciarono, a detta dei vecchi, quando arrivarono i Piemontesi: ogni giorno fecero una nuova legge, ogni giorno crearono un nuovo ufficio; e affinché ognuno potesse raccapezzarvisi furono necessari gli avvocati. A parole, la legge si separò dai proprietari e divenne uguale per tutti, ma per applicarla, per eluderla, per trasformarla in sopruso, crebbe l’importanza degli avvocati e il loro numero.» 

Difficile non leggere queste parole, oggi, come un atto d’accusa tanto allo statalismo più burocratico che ci possa essere (nazionale ed internazionale, nonostante le apparenti decentralizzazioni), quanto all’egoismo di chi possiede un capitale (piccolo o grande che sia), quanto al pullulare di diversi modi di lavorare (legali e non legali) che di fatto, il lavoro lo sfruttano e lo eludono. Anche se oggi non assistiamo, come raccontano nel libro i Fontameresi, all’arrivo nel paese di squadracce vestite di nero che difendono armati i furti legalizzati e stuprano le donne, e schedano chi non grida “Evviva il Duce”, vediamo cogliamo e subiamo l’ingiustizia ogni giorno: dallo Stato che tassa tutto e tutti – e obbedendo all’ideologia soffoca le più svariate possibilità di assunzione – a chi dello stato di cose ne approfitta, e specula specula specula sul valore del lavoro – dal grosso finanziere alla grande o media cooperativa, dal grande industriale al medio costruttore al piccolissimo imprenditore, barista o artigiano o negoziante che sia.

«[…] Evidentemente l’Impresario doveva aver avuto sentore della legge fin dal mese di maggio. Egli guadagnò senza fatica cinquanta lire su ogni quintale del nostro grano, prima ancora che esso fosse raccolto.»

Fontamara ha davvero tanto, ancora, da raccontare. E lo fa semplicemente, come semplici sono i personaggi del libro e come semplice ne è lo stile e l’invito a chiedersi «che fare?»

Giorgio Casali
http://giorgiocasali.blogspot.it/

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Informazioni su Giorgio Casali

Nato nel 1986, vive sulle colline reggiane. Speaker di Radio Antenna1 101.3 dal 2009 al 2014 con il programma "Bankshot", recensisce narrativa, musica e poesia su varie Webzines. Ha pubblicato le raccolte di poesia "Attaccamenti" (Albatros, 2010), "Notte provincia" (Edizioni clandestine, 2011), "Poesie" (autoproduzione, 2012) e “Sotto fasi lunari” (Incontri editrice, 2013). Cinque sue poesie sono raccolte nell'antologia "Poeti di corrente" (Le voci della luna, 2013), curata da Anna Ruotolo e Riccardo Raimondo. Con il pittore Andrea Chiesi ha pubblicato il catalogo d'arte "19 paintings 19 poems" (Italian Cultural Institute in New York, 2014), dal quale è stato estratto lo spettacolo "Forma Suono Parole", con la collaborazione musicale dei Siegfried, presentato la prima volta al Poesia Festival 2014.

Un Commento

  1. Tutta l’attualità di Fontamara in questa acuta riflessione. I libri ci danno la possibilità di capire il presente anche quando sembrano appartenere al passato.

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