Antonio Pioletti – cinque tesi per salvare il canone

«Che ne sarà del canone? […] Qualsiasi tentativo di fondazione di un canone, implicito o esplicito, non può non porsi oggi (e forse sempre) in termini, per così dire, di politica letteraria. Ci spieghiamo meglio: è proprio la filosofia politica di questo secolo, nelle sue due forme forse estreme, ma difficilmente eludibili, a suggerirci metaforicamente i due atteggiamenti radicali tra cui quell’eventuale tentativo dovrà muoversi. I due atteggiamenti rispondono ai nomi di Carl Schimtt (1888-1985) e di Hannah Arendt (1906-1975). Per il primo la categoria del “politico”, nella sua assoluta autonomia, non ha alcun fondamento se non nella distinzione fra “amico” e “nemico”, sicché la guerra ne sarebbe la più intensa ed evidente realizzazione […] Per la seconda, una delle più strenue avversarie del totalitarismo novecentesco, la vita activa, quella che concerne la sfera di ciò che facciamo, mette capo proprio alla politica, quale sfera più nobile dell’umano, quale massima apertura a l’ “altro”, unica attività che possa mettere in rapporto diretto gli uomini fra loro, nella convinzione che non “L’Uomo”, ma gli uomini, nella loro pluralità e diversità, vivano sulla terra e abitino il mondo» ‒ riflette così Massimo Onofri in Il canone letterario (Laterza 2001) sulle due “vie” così mutuate sulla scorta di un pensiero politico-economico.

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A farci propendere per l’uno o per l’altro atteggiamento ‒ continua Onofri ‒ potrebbero essere le più diverse ragioni: «la forza (mai imbattibile) degli argomenti, la maggiore o minore autorevolezza di chi li pone, la potenza del suo stile, l’orizzonte d’attese entro cui critici e lettori si collocano, la nostra eventuale ideologia (e non solo letteraria), i condizionamenti sociali e psicologici, le opzioni più capricciose del gusto (quello meramente empirico), le eventuali idiosincrasie, e via dicendo. Una cosa è certa: ogni canone impone una guerra (Schmitt) e, di conseguenza, il confronto col “diverso”, con l’ “altro” (Arendt) […] Sembrerebbe proprio questo il tempo, tra tanti bilanci, in cui la parola sia tornata, se non alla “critica delle armi”, alle “armi della critica” ».

Le questioni sollevate da Onofri sono di grande attualità in un momento storico come il nostro in cui è sotto gli occhi di tutti il grande conflitto d’interessi che lega grandi gruppi editoriali, politici ed economici. Questo significa che, allo stato dei fatti, lo state of play, il modus operandi più diffuso da parte dei gruppi editoriali, è quello di tentare di conquistare fette di mercato e di opinione attraverso la costruzione pianificata e capillare di un know-how nel dominio della critica letteraria, del giornalismo, della scrittura creativa e, naturalmente, della logistica (produzione, promozione e distribuzione).

In un simile frangente, e dopo simili riflessioni, diventa davvero difficile capire quanto un’opera culturale (letteraria, artistica, giornalistica, ecc.) rappresenti davvero il sentimento di un popolo, di una nazione, di una minoranza, persino di un individuo, o quanto invece sia solo il prodotto di un canone indotto (o imposto?) in maniera più o meno esplicita. Un canone costruito a tavolino, funzionale a una politica particolare e particolareggiata di cui il pubblico fruitore non può scorgere che i lontanissimi riverberi. Un canone che non trova nella nozione di realtà la sua ragion d’essere e la sua genealogia, ma vi cerca piuttosto la sua legittimazione in nome di un’ideologia, di una razionalità superiore, di un’educazione, o anche solo di un sistema più o meno chiuso d’interessi. Un canone, infine, che sulle ceneri del post-moderno, può arrivare a negare la stessa nozione di realtà e può diventare un “utopismo violento” o un malinconico “realitysmo”, per usare delle espressioni di Maurizio Ferraris (Manifesto per un  nuovo realismo, Laterza, 2012).

E forse, è proprio per recuperare questo senso smarrito di realtà che bisogna rivolgersi alla letteratura, interrogarla e interrogarci attraverso di essa, per addestrarci a una vita culturale attiva e il più consapevole possibile.

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Pubblichiamo qui di seguito un articolo del Prof. Antonio Pioletti, “Canone e sistemi culturali fra Oriente e Occidente” (da “Le forme e la storia”, Rivista del Dipartimento di Filologia Moderna, Università degli Studi di Catania, n.s., I, 2008, n. 1-2, in Forme e Storia, Studi in ricordo di Gaetano Compagnino, a cura di Andrea Manganaro, Tomo II, Rubbettino Editore, 2008).

L’articolo, dopo aver analizzato il significato di canone e averne segnalato alcune tappe fondamentali nella storia, propone cinque tesi per “salvare il canone”, per «evitare sia la soluzione nichilista di abolizione tout court della categoria dei canone […] sia l’idea di canone  rigido, chiuso al fluire degli eventi del tempo e dello spazio». Scrive Pioletti: «si può forse a “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” aggiungere in positivo qualche traccia per tentare di capire “ciò che siamo, ciò che vogliamo”».

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Come e quando si costituiscono l’idea e l’applicazione della categoria di canone? Si profila oggi un canone dominante? È necessario che ci sia un canone e quale?

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Immagine: frame da “Pink Floyd The Wall”, 1982, 95 min, regia di Alan Parker, sceneggiatura di Roger Waters

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