LUOGO NEGATO, POESIA (1990) – di Guido Ceronetti

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fonte: Guido Ceronetti, Cara incertezza, Adelphi, Milano, 2008, p. 29

Un mio razzo breve sull’impossibilità di dirsi, essere ancora oggi (figuriamoci domani) poeti, non volendo mentire, ha suscitato un po’ di pallida attenzione e mi è arrivata anche ella posta allarmata. Succede spesso che si fatichi a credere morto chi è morto. La lettera più interessante mi è arrivata da Andrea Zanzotto, e a lui ho risposto privatamente.

Seguitano a farsi dei film, e lunghissimi anche, eppure il cinema è morto, questi film nascono da seme ibernato, il papà è morto da tempo, la mamma-capitale paga e si fa gonfiare in quel modo turpe che sappiamo. La poesia, la musica, altri morti; tutto al misere al di qua del Duemila, tutti quanti ritirati prima del magico traguardo. Ma, naturalmente, seguiteranno ad esserci i poeti, se ne faranno ancora antologie, molti riceveranno premi, lunga è la vita delle ombre.

Poeta è un ruolo usurpato, un travestimento fuori di scena: l’anagrafe, inesorabile, ti rimanda a professioni più oneste e accettabili.

Poeta ha bisogno di terra, di cosmo delimitato da rendere infinito con mezzi poveri, ferri del mestiere, di verità geografica inanzitutto. « La nostra terra è chiusa. La chiudono le due nere Simplegadi »: è Giorgio Seferis, poeta greco, uno ancora, i cui versi danno un tremendo struggimento, vasi rotti, Grecia crollata e gente che si sente in esilio dentro casa.

La nostra terra di poeti è chiusa, e qualcuno ci parla di un universo « in espansione », la nostra terra, prima di essere altro, era una terra, la Terra, così salda nell’Almagesto, così stabile per i visionari semiti, poi così naufraga dopo la Grande Relatività e nipote di zii crudeli, i Black Holes

Una terra e una patria… « È una terra questa? » lo domando anch’io, come Heidegger, lo domando in giro, a chi sa che c’è dell’altro al suo posto. Tiro le conseguenze: questa altra cosa, con tutto quel che la riempie, non è interpretabile orficamente, è una tenebra senza canti. Anche quelli detti « i poeti » sono dunque dell’altro: dei poveri vermi senza luce.

Perdendo il paesaggio, non è solo il paesaggio che abbiamo perduto: è l’intero spazio poetabile che è sparito dalla parola, e neanche i bambini nascono più de la vulve des mères.

« O l’anima vivente delle cose / O poesia deh baciala… ». Questo invasamento panico rivivere non può più: è già festival… Lo stesso Orfeo (Campana) è buon diagnostico di delirio nel frammento: « O poesia tu più non tornerai ».

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Vengono gli assassini, invece, a falange macedone, a ondate di carri di Patton, cieli e terra in mano agli assassini, il potere effettuale sono loro.

Ed è stato un secolo portentoso, quanto a poeti e a poesia, abbagliante, rivelatore. Dal 1850 in poi ne è piovuta da riempire le cisterne per molto tempo, apparizioni inaudite, figure apotropaiche ed espiatrici, martiri venuti a testimoniare col proprio corpo malato, simbolicamente offerto sotto le specie di parole strane.

(Un giorno sapremo la verità, adesso li adoperano come materia viva torturabile nei laureatoi, quando il destino scoprirà altre carte sapremo che cosa pensarne). Se non sarò stato uno di loro pazienza, grazia negata, ma non li avrò almeno lasciati soli, cari morti, cari viventi in messaggi d’inuguagliata creatrice disperazione.

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Immagini:

[1, in alto a sinistra] Emilio Isgrò, Nessuno può essere privato del capo, acrilico su tela montata su legno, 70×100, 2010

[2, in basso a destra] Joseph Kosuth, Zero & Not, 1985-1986

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