«Quale prospettiva?» – recensione di Giuseppe Benvenuto Bonafede a “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino

paolo-sorrentino-la-grande-bellezza-L-wZAyzBDove sono finiti l’espressionismo di Federico Fellini o il realismo della commedia all’italiana? Volgere la mente ad esempi tanto importanti, dopo avere visto “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, non è inclemente né fuori luogo, proprio per il talento del regista napoletano, nonché per le ambizioni del suo progetto. La Grande Bellezza è una specie di museo di celluloide, cioè la processione di bellezze, nonché l’inventario di principi “filosofici”. Dunque c’è molta storia nel film, tanta conoscenza dell’arte cinematografica, ma nessuna riflessione reale. L’opera di Sorrentino, insomma, abbonda di immagini perfette e dialoghi intelligenti, ma fallisce proprio la missione che si era proposta, cioè quella di sintetizzare significato e sensibilità in bellezza unica, grande appunto.

Peccato, nulla di nuovo; nulla di ciò di cui avremmo tanto bisogno, in questi anni d’agonia spirituale: prospettive originali. Esse infatti sarebbero le sole capaci di rappresentare l’attualità, ma soprattutto di dare un contenuto morale a tale rappresentazione, e dunque di indirizzare le coscienze verso un futuro particolare. L’introspezione psicologica di Federico Fellini, ad esempio, intravedeva un futuro ambiguo, l’impero di un edonismo colpevole e saggio. Quei satiri che hanno dato vita alla commedia degli anni ’60 e ’70, preparavano il terreno all’avanzare di cittadini liberi, dalle coscienze illuminate, un po’ masochiste o un po’ sadiche, ma forti nel comprendere se stesse. Pier Paolo Pasolini, ricercandola in ogni dove, promuoveva la dignità. E che dire del futuro romantico che auspicava Sergio Leone, registrando il suo sogno fatto di giuramenti segreti, vite ideali e volontà sudate?

La Grande Bellezza invece torce il collo verso il passato, ma non vi trova nessuno spirito, tanto che i suoi personaggi non sono storici, essi sono soltanto vecchi, ripensati, non vissuti. In particolare, Jep Gambardella, il protagonista, è uno scrittore napoletano, ultrasessantenne, che gode della fama acquisita col suo romanzo giovanile, apprezzato e premiato; scrive per una rivista, ed ha impegnato la propria vita nella mondanità dell’alta società romana, con lo scopo di diventarne un protagonista: egli è riuscito nel suo intento, gli esponenti della cultura dominante, infatti, lo conoscono e lo reputano coscienza vitalizzante delle loro riunioni. Ma Jep è in crisi, vede il mondo come un nulla, e non sente nemmeno il desiderio di narrarlo. È curioso ma si meraviglia raramente, è cinico ma inane, gode ma è insoddisfatto, ama senza sconvolgimenti e il suo narcisismo è mediocre. Insomma, Jep Gambardella è un mostro, un incrocio, per niente strano, tra un Casanova stanziale, e privo di follia, ed il più classico dei tipi novecenteschi, l’uomo desolato, abile, insoddisfatto e riflessivo.

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Avevamo bisogno di questo saggio sull’esistenzialismo più scontato?

La assoluta assenza di prospettiva di questo film si può anche dedurre ponendosi alcune domande: chi è Paolo Sorrentino?, oppure, com’è una città di questo inizio millennio?, o ancora, dove cercare la dignità del vivere?

La Grande Bellezza non risponde.

Ad esempio, quando Jep Garbardella ritrova l’ispirazione attraverso un pretestuoso ritorno alle radici, questo è simboleggiato dal ricordo del primo rapporto sessuale col grande amore della giovinezza. Ridicolo …ma Sorrentino, mi chiedo, non possiede una madre o il ricordo di una casa infantile?; oppure amici benedetti, o maledetti nemici?; e il bene e il male del sud, li ha mai vissuti?

Ovviamente sì; purtroppo il film non ha esposti l’anima o il corpo del suo autore. Forse perché sua intenzione era farci vedere un pezzo di mondo, oppure uno spaccato di società. Ecco: Roma, nel lungometraggio, non è che un album di belle cartoline, oppure un teatro in riposo, il cui silenzio è rotto dalla baldoria o dal pettegolezzo di pochi eletti, mentre la società è soltanto una insipida normalità, la quale fa da semplice contrasto alla disillusa perversione dei ricchi. Ed è questo il più grande errore prospettico del film: se almeno l’egoismo dei suoi protagonisti fosse stato preso come simbolo dello spirito gaudente, diffuso in questa era democratica …! Invece, quando il protagonista confronta la propria esistenza con quella di persone comuni, viene fuori che questi ultimi sono, retoricamente, dei semplici, si accontentano di poco, e per affrontare le loro serate non hanno bisogno che di un bicchiere di vino. Insomma non c’è smània in loro, né un pizzico di malizia. E bisogna anche dire che la perversione dei pochi eletti, su cui si concentra l’attenzione del film, è sempre soltanto presunta, e mai narrata, particolareggiata, esposta trionfalmente come avventura, o miseramente come peccato; ma il vero fallimento del film è stato non registrare la quotidianità della manìa, la normalità dello sballo, lo sfogo perpetuo delle pulsioni non più inconsce. Roma oggi è una città scaltra, dove il sabato sera studenti squattrinati ed attempati operai si alcolizzano, e percorrono strade surreali, con la sensazione di vivere avventure cosmiche. Ma dove vive Sorrentino? Tutti hanno letto Jean-Paul Sartre, tutti hanno visto i film di Woody Allen…

Se proprio Sorrentino sentiva il bisogno di fare il moralista, almeno avrebbe potuto sottolineare l’automatismo del vizio, o la pericolosità dell’ordigno metafisico in cui consiste la coazione a ripetere di gesti senza senso storico. Meglio ancora se avesse santificato l’assenza di responsabilità con una maledizione! Invece La Grande Bellezza provoca soltanto gli ingenui, attraverso delle macchiette, che hanno soltanto il pregio di essere tirate a lucido o tratteggiate, in alcuni casi, con un certo realismo: e dunque il Cardinale ossessionato dal cibo, la spogliarellista umana, il mafioso orgoglioso del proprio impegno civile, la bella annoiata, lo psicopatico intelligente [non divino], il chirurgo estetico vampiro, il poeta muto, e tutta la galleria dei falliti e raccomandati, e dei creativi senza ottimismo. Per finire, ultima grande metafora della bellezza secondo Sorrentino, piuttosto morale che appariscente: una sorta di madre Teresa junghiana che celebra la povertà!11-la-grande-bellezza-paolo-sorrentino-poster-mini

Purtroppo non siamo stupiti dal debole pessimismo di Sorrentino, né dal sua vacua fiducia: il lassismo infatti è il grande vizio dell’arte contemporanea; e francamente siamo stanchi di compatire intellettuali che lamentano l’assenza di significato, lagnandosi dello smarrimento di paradisi che non sono mai esistiti – la loro non è ignoranza, ma fobia! Sembra credano oltraggioso pensare che il solipsismo muti in pacifismo e l’indifferentismo in rettitudine, e probabilmente temono di esporsi al linciaggio quando cercano di apprezzare, per qualche ragione, la metamorfosi della realtà in grande spettacolo.

Insomma, non è un caso che la figura più bella del film di Paolo Sorrentino sia un padre, il gestore di un night: un uomo troppo sensibile, che guarda la propria giovinezza con nostalgia, un logorroico cosciente dei propri limiti, dolcemente ansioso ed incapace di cambiare il mondo. Dice: «Io, quanno parlo, me vedo parlare …!».

È un ingenuo, uno di quelli a cui il film di Sorrentino sarebbe piaciuto senza riserve.

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Giuseppe Benvenuto Bonafede

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Roma, 02/06/2013

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Immagini: frames e copertina del film de La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, 142 min, Italia-Francia, 2013,

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