Maurizio Cucchi, “Malaspina” (Mondadori, 2012) – recensione di Laura Garavaglia

3Dnn+9_2B_pic_9788804629412-malaspina_originalMaurizio Cucchi torna alla poesia dopo quattro anni durante i quali ci ha regalato due romanzi, La maschera ritratto (Mondadori, 2011) e L’indifferenza dell’assassino (Guanda, 2012) , dove dimostra, come scrive Daniela Marcheschi, che “sono i poeti a richiamare ad un senso più pieno della ricerca romanzesca, della parola e dei suoi significati”. I confini tra poesia e prosa diventano fluidi, porosi e nelle sue opere l’autore compie un’operazione di continua osmosi tra generi letterari. La poesia di Cucchi è narrativa e la prosa ha la compressione e l’intensità della poesia. Malaspina (Mondadori, 2012) è un libro nel quale l’autore, dopo il respiro metafisico di Vite pulviscolari (Mondadori, 2009), raggiunge i vertici della sua maturità espressiva. Nella prima parte del libro, dove nel titolo “Il berretto a sonagli” ritorna il tema del gioco delle maschere, dello scambio d’identità da sempre presente nell’opera dell’autore e nella seconda parte, “Nel cortile delle giovani mamme”, Cucchi percorre a ritroso la via della memoria, una catena composta da anelli di ricordi fissati in immagini: i luoghi della Milano della sua infanzia, figure, particolari, “residui minimali, frammenti” impressi in modo indelebile nella mente e attorno ai quali ricostruire, fotogramma dopo fotogramma, il passato “un vecchio film perduto e presente per sempre”. E il “presente sospeso (…) che contiene tutto quello che è stato” è un paesaggio urbano stravolto da macchine movimento terra, simili a enormi animali preistorici, che scavano nella terra, smuovono strati che appartengono ad epoche trascorse, riportano alla luce frammenti di storie e di esistenze anonime mescolate a grumi di fango e polvere. Un paesaggio straniato dove il poeta immagina di sprofondare in abissi sconosciuti, fino a raggiungere il centro della Terra, come il Professor Lidenbrock, protagonista del capolavoro di Jules Verne, e di venire poi respinto fuori dal cratere di un vulcano, l’Etna, perché proprio in Sicilia Cucchi ritrova parte delle sue radici. A Catania, infatti, era nato il nonno, che aveva intrapreso la carriera militare fino al grado di ufficiale. Un viaggio a ritroso nel tempo, fino al periodo prenatale, nel ventre della madre terra, per rinascere forse in altra luce, in altre dimensioni di spazio e tempo per poi tornare di nuovo alla terra, materia che si aggiunge a materia. A chiudere il libro la sezione “Console o Capitano”, dove il tema dello scambio d’identità rimanda alla parte iniziale, poiché in poesia niente mai finisce, ma tutto comincia da capo e ogni volta i versi aprono nuovi orizzonti all’immaginazione. E l’io narrante si identifica ora con l’autobiografico e tormentato protagonista del romanzo dello scrittore inglese Malcom Lowry, Sotto il vulcano, il Console Geoffey Firmin; ora con la figura di un Capitano – che aveva conosciuto Gadda e l’aviatore Guido Keller, fascista della prima ora che con D’Annunzio aveva preso parte alla impresa di Fiume – la cui vaga identità sembra essere quella del nonno del poeta. Un continuo gioco di specchi, echi e rimandi, identità sovrapposte, ricerca dei mille incontri e delle esperienze che lentamente ci hanno forgiato, e di cui spesso siamo inconsapevoli. E il lago di Malaspina, fissato nei versi di Cucchi in un immagine di “estremo paesaggio ghiacciato”, sembra ibernare il ricordo e il tempo trascorso in un presente assoluto, unica dimensione possibile di esistenza.

Laura Garavaglia

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