FINE IMPERO, di Giuseppe Genna (Minimum Fax 2013)

fonte: Nicola Vacca, Satisfiction

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Giuseppe Genna, Fine imperoQuello che manca alla narrativa italiana contemporanea è una netta inversione di rotta verso un lucido e consapevole realismo sociale. Lo scrittore, ma come in questi tempi di crisi, ha il preciso dovere di raccontare e attraversare con una parola nuda che taglia il disastro di una contemporaneità sull’orlo di un’Apocalisse annunciata.
In attesa che si formi una pattuglia di scrittori realisti e che questi conquistino l’autorevolezza che si meritano, non finiamo di apprezzare quei pochi casi isolati (Santarossa, Cocco, Mazzoni) che in questo ultimo anno si sono affacciati sulla scena editoriale con opere singolari. Scrittori armati di   disincanto che hanno rappresentato la decadenza di questi giorni assediati dalla crisi economica e morale.
Tra questi c’è anche Giuseppe Genna, che è appena arrivato in libreria con Fine impero. Romanzo realista che racconta nella sua tragica intimità questo nostro paese e il suo canto del cigno italiota. Qui la bassa mediocrità del potere  tutto coinvolge in un baratro di malcostume e corruzione da cui sembra non ci salverà nessuna questione morale per latitanza assoluta di paladini autentici.
Nel racconto di Genna Il “basso impero” è ormai diventato il “fine impero”. Attraverso le vicissitudini di un intellettuale che ha perso tutto, lo scrittore racconta il mondo in frantumi di questa Repubblica delle banane alle prese con la vita di un infinito reality show: i suoi sudditi  sono lobotomizzati e  vivono un’ esistenza in cui l’illusione sostituisce la realtà che sta precipitando negli abissi più insondabili di una infernale decadenza dalla quale nessuno tornerà indietro.
La Casa degli Affreschi Carnali nella quale il protagonista, un’ intellettuale fallito che si accontenta di scrivere per un giornale di gossip e moda, finisce è la metafora della fogna italica in cui si esibisce in tutta la sua potenza devastante lo spettacolo del potere con la sua carovana di nani ballerine e cortigiani.
Genna con Fine impero scrive il romanzo del tempo che stiamo vivendo, racconta senza alcuna remora la caduta finale dell’Italia nell’ abisso di una grande notte che ha il volto di una mefistofelica bugia in cui imbonitori e yes men sono sul libro paga del potere più diabolico che per raggiungere i suoi scopi vuole intorno a sé soltanto uomini  e donne privi di pensiero da indottrinare con la bassa cultura dell’omologazione e del consumismo.
Genna inforca gli occhiali irreverenti dell’anticonformismo e scrive  per mostrare la sua indignazione nei confronti  delle convenzioni del proprio tempo. Quando intinge la penna nel veleno delle sue considerazioni,  è consapevole che in questi ultimi giorni di fine impero la scrittura  sarà una compagna scomoda di solitudine. La sua frequentazione non gli servirà  a cercare alcuna forma di compromesso con la società in cui vive
Il suo stile essenziale, breve e incisivo, ricorda molto la tradizione inaugurata dai moralisti della seconda metà del XVII secolo: La Rochefoucauld, Pascal, Montaigne. Il moralista si caratterizza non come artefice di un sistema o portavoce di una dottrina generale, bensì come anatomista dell’interiorità e osservatore dei costumi. Spesso è tramite gli spostamenti del punto di vista della scrittura, più che in virtù di una cultura etica soggiacente, che il moralista interviene nell’analisi lasciandovi la sua inconfondibile impronta stilistica. Il moralista non è un teologo, né un metafisico. Egli si occupa semplicemente della natura umana.
Genna senza alcuna illusione ci conduce per mano nell’inferno di questo fine impero che stiamo vivendo e con la lucidità di un moralista ci dice che questo brutto sogno sta diventando un incubo.

Nicola Vacca

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