L’AMORE AI TEMPI DELLA BOLDRINI

neutro genderDuri e terribili tempi si prospettano a noi, poiché duri e terribili sono i tempi che negano a un bambino il diritto naturale ad avere una madre genitrice. E in questi duri tempi è tutto un battere di tamburi contro il solo nominare la Tradizione: basta solo insinuare che la famiglia “tradizionale”, ovvero quella tramandataci dalla notte dei tempi, è fatta di una madre e di un padre, che subito si scatena un vociare di anamoralisti, pronti a qualunque violenza verbale.

Duri e terribili sono i tempi in cui alla madre non è più concesso essere casalinga, perché portare a tavola il cibo che sfama – atto religioso nella routine del contemporaneo – e accudire i bambini è segno di oppressione e offesa alla figura della donna, il tailleur innalzato a vessillo di questa nuova figura, punto cartesiano a cui riferirsi da ora in poi.

Duri e terribili sono i tempi in cui i bambini, cessato il ruolo della figura materna, vengono lasciati a vagare per la realtà senza più nemmeno avere le coordinate di un modo di essere, giacché è diventato reazionario persino parlare di maschietto e femminuccia. Adesso c’è il genere.
Adesso ci sono gli asili senza sesso, in Svezia – in Italia stanno per arrivare – , dove i colori blu e rosa, e i ruoli di “genere” sono aboliti, i pronomi personali di terza persona singolare sono ridotti ad un unico, impersonale – inesistente – neutro: «hen».

Omogeneizzare. Questo è il verbo che riassume il risultato – lo scopo? – delle nuove politiche sociali, che, sfruttando l’onda del politically correct, e la rabbia di minoranze che non si sentono comprese all’interno del sistema – ma ad oggi la minoranza meno compresa nel sistema è l’uomo bianco, europeo, etero, ché non importa se sia nato adesso, porta già in sé la stimmate di tutti i peccati del mondo –, applica un progetto di annullamento di differenze, che risulta, infine, un appiattimento di identità, su cui applicare meglio la dottrina neoliberista del mercato globale.

Per capire il fenomeno occorre guardare a un microcosmo, esperimento quasi da laboratorio: la rivolta dei Khmer rossi. Scrive Tiziano Terzani:

“L’ operato di Pol Pot fa più impressione, sembra più disumano, solo perchè Pol Pot ha ridotto i tempi di realizzazione, è andato direttamente al nodo della questione. Come tutti i rivoluzionari, Pol Pot aveva capito che non si può creare una società nuova senza prima creare degli uomini nuovi, e che per creare degli uomini nuovi bisogna eliminare innanzitutto gli uomini vecchi, distruggere la vecchia cultura, cancellare la memoria collettiva. Di qui il progetto dei Khmer rossi di spazzar via il passato con tutti i suoi simboli e con i portatori dei suoi valori: la religione, gli intellettuali, le biblioteche, la storia, i bonzi. Ciò avrebbe permesso di allevare uomini senza memoria, di tirar su bambini simili a pagine bianche su cui scrivere quello che “Angka”, il partito, voleva.”

Una delle cose che facevano i Khmer, quando arrivavano nei villaggi, era quella di distruggere le pentole: atto, ai nostri occhi, quasi innocuo e insensato. E invece erano proprio le pentole l’arnese-simbolo attorno a cui si riunivano le famiglie contadine cambogiane: quello era il focolare, e il desco attorno a cui mamma papà e figli si sedevano ne era conseguenza. Senza pentole, le famiglie erano costrette a cucinare tutte in un unico pentolone fornito dai guerriglieri: la famiglia cessa a poco a poco di avere la sua funzione, i villaggi diventano collettivi di individui uguali – nel senso più becero del termine – tra loro. E la mamma non porta più il piatto in tavola.

Mamma e papà, maschi femmine omosessuali e lesbiche, tutti in un grande pentolone collettivo, dove la funzione pedagogica principale viene lasciata in mano alla tv, ai media. E dove uno vale l’altro, nel nuovo metro che tutto misura: il potenziale d’acquisto. In fin dei conti, perché la crisi venga scongiurata, conta solo questo.

A proposito di madri e casalinghe. Ho questo ricordo di quand’ero bambino: mio nonno, che prima di uscire e andare a fare la spesa al mercato, chiedeva i soldi a mia nonna, detentrice dei soldi che guadagnava mio nonno. E lei glieli dava con parsimonia, decidendo la somma. Ma vaglielo a dire alla Boldrini che la mamma siciliana, altro che sottomessa, era il tiranno della famiglia.

Erminio Alberti

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  1. Mi fa sinceramente specie che questo tipo di pensiero sia diffuso in Italia. Anch’io ho un ricordo di quando ero bambina: uno zio che costrinse la moglie a lasciare il lavoro perché la donna, lui diceva, non sa lavorare ma sa solo badare alla famiglia. Tanto che importa: io, maschio-padrone, lavoro e posso arrogarmi di esercitare tutti i miei poteri su di te; tu, donna, devi solo rinunciare ai tuoi desideri per corrispondere ai miei. Credo che molte donne siciliane siano stanche di soddisfare solo i desideri altrui….Grazie invece a Laura Boldrini per ricordarci una realtà tipicamente italiana troppo spesso nascosta sotto il tappeto.

  2. claudiaraimondi88

    Sono una venticinquenne siciliana, laureata, e sto continuando i miei studi. In casa mia, mia madre ha sempre deciso il bello e il cattivo tempo: entrambi i miei genitori lavorano, ma è mia madre che è il fulcro della famiglia. Idem nella famiglia dei mie nonni: mio nonno, emigrato, ha lavorato tutta la vita per poter far studiare i figli, e mia nonna ha sempre gestito tutte le finanze, con un piglio da testarda e adorabile caporalessa. Quest’immagine della donna siciliana sottomessa, umiliata e continuamente bastonata, francamente, è stantio come l’aria di una cantina, e lascia il tempo che trova: uno stereotipo portato avanti da tanta letteratura e cinematografia dall’atteggiamento misericordioso/colonialista, soprattutto dal dopoguerra ad oggi. I tempi sono cambiati, certo: le donne studiano, lavorano. Ma non è prerogativa del passato recente del Meridione o dell’Italia in genere il ruolo -diciamo- “casalingo” della donna: non mettiamoci a sguazzare in questa moda tanto comune di gettare sempre e comunque fango sull’Italia, anche quando non è il caso. La Boldrini fa addirittura l’esempio della Gran Bretagna, portata avanti come civilissimo modello comportamentale per donne moderne ed emancipate: posso far notare che in Gran Bretagna è molto grave l’emergenza delle ragazze madri (tredicenni che si fanno mettere incinte per usufruire del sussidio) e sta prendendo piede la barbarie alla statunitense “Toddlers and Tiaras”, in cui le bambine di tre anni vengono depilate, truccate, vestite con tacchi a spillo e protesi a seni e glutei e fatte sfilare davanti a platee urlanti.
    Storicamente la donna, poi, ha avuto un ruolo subalterno in maniera abbastanza relativa: ha gestito la casa e i figli, è stata il centro preziosissimo della comunità proprio in quanto generatrice e protettrice della vita, mentre l’uomo ha lavorato, ha combattuto in guerra, ha gestito commerci. Cosa c’è di subalterno, in questo? Parliamo solo di ruoli diversi in una società condivisa da uomini e donne, insieme. Le donne hanno tramandato la cultura più antica e piena di valore: storie, educazione infantile, preghiere, ninna nanne, filastrocche vecchie come la notte dei tempi, e tanto altro. In passato tutto era più duro, più cruento: si moriva di più, non si storceva il naso di fronte ai bisogni sotto al letto nel vaso da notte, ci si ammalava di tifo, si mangiava pane e cipolla e le cose si risolvevano a coltellate. Era un mondo più duro, ripeto, e più duro per tutti, maschi e femmine. Non credo che un padre di famiglia che dal lunedì al sabato non vedeva la luce del sole rinchiuso nelle viscere di una maniera di zolfo, spaccandosi la schiena per quei pochi spiccioli sufficienti a sfamare la famiglia, facesse una vita tanto più brillante, intraprendente ed emancipata della moglie massaia divisa tra il pollaio, i neonati urlanti, il pane da impastare e il bucato da lavare. Ruoli diversi: lo stesso mondo. E, da ragazza che studia e figlia di una lavoratrice stakanovista che non ha mai trascurato i figli, continuo a non vedere nulla di disdicevole in una mamma che prepara la colazione ai figli, e nutro un grandissimo rispetto per quelle donne che scelgono di dedicarsi solo ai figli. Perché una quarantenne che ha consacrato tutto alla carriera e non si è sposata o avuto figli è considerata un modello moderno ed auspicabile, mentre una ragazza che decide di sposarsi e fare la mamma a tempo pieno viene stigmatizzata come sfigata, retrograda e sottomessa? Questa società è sempre più schizofrenica: la Boldrini ne è sintomo evidente.

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