Una questione di alterità: Un Lac di P. Grandrieux

fonte: Vanna Carlucci, Uzak

Alexi è un taglialegna e vive all’interno di un bosco innevato con la sua famiglia. Alexi è innamorato di sua sorella Hege ma l’arrivo di uno straniero romperà gli equilibri intorno al lago.
unlacIl paesaggio di Grandieux è uno stato dell’anima, un bosco-casa dal tetto frantumabile, con pareti dalle rocce terribili eppure soggette all’erosione del tempo. Colpi d’accetta sotto un respiro greve: è Alexi che s’affanna a creare una buca, un punto di rottura su cui mettere a fuoco, uno strappo al cielo dei rami, questo soffitto immenso d’alberi che si sgretola a ogni lesione del tronco-corpo del taglialegna. L’equilibrio di Alexi si sfalda nella bava delle sue crisi epilettiche, nel bozzolo del suo corpo riverso nella bianca corteccia del suolo: sfumano i contorni dei corpi, volti, braccia d’albero; nulla è ben definito, definibile nel cinema di Grandrieux: si procede a tentoni, lo stesso amore di Alexi per sua sorella Hege è un attraversamento di mani sulla superficie epidermica dei corpi come se null’altro possa essere mostrato: “mani tessitrici”, cioè «mani che si aggrappano alle mani, che si stringono per elevarsi e levarsi come atto d’amore. Toccare, stringere, la mano dell’altro come intima e silente dichiarazione» (Moccia 2012), tutto questo non ha suono ma è un ritorno, un’eco che sale nel passaggio dei venti che sbattono lungo le pareti delle rocce e sulle rive di un lago immobile o tagliano la coltre di nebbia come se esistesse un dialogo verticale tra questo “stato dell’anima” e la materia del corpo.

L’arrivo di un estraneo nel bosco poi rompe la calma famigliare, il colore caldo degli interni riflessi sui volti, come se Grandrieux volesse mostrare il fuoco centrale, momenti di vita domestica da cui questi corpi traggono linfa e Un Lac diventa un boato di strati d’aria, di passi attutiti dalla neve, dove l’amore di Alexi per Hege deve tornare nell’antro della sua bocca (ripresa dal tremolio della m.d.p. come se fosse stato un terremoto a generarla, un buco nero, un pozzo dagli orli delle labbra). Alexi legge: “nessun uomo può fermare il vento” e lui sa di non poter più ancorarsi alla bellezza della sorella. Adesso cammina nel vuoto siderale, in un paesaggio che è un tutto irraggiungibile, senza più contorni; è un cielo che esce da sé, si apre con uno slancio luminoso ai suoi passi, le linee si perdono, domina l’elemento spaziale con le sue gradazioni d’intensità e poi, la nudità degli occhi, la purezza nel paesaggio degli occhi, il riflesso della purezza nel paesaggio del lago. È come se tutto questo sentire silenzioso del bosco, della neve che cade, del fiato grumoso si mantenga casto, divenga un non-luogo nel quale Alexi è completamente sotterrato, al contrario della sorella che decide di lasciarsi invadere dal Tempo del domani oltrepassando il confine del lago.
«[…] che cosa cerchiamo di raggiungere così febbrilmente, con tanta ostinazione e sofferenza, attraverso la rappresentazione, attraverso le immagini, se non aprire il corpo, la notte, la sua massa opaca, la carne con la quale pensiamo – e presentarlo alla luce, ai nostri volti, l’enigma della nostra vita.» (P.Grandrieux).

I film di Grandrieux sono fatti di ombre: sono spiriti; non si parla di narrazione, lui stesso ammette che «è una questione di alterità», io la chiamerei pulsazione. Sombre, La vie Nouvelle e Un lac non mostrano chiaramente ma si lasciano intravedere, lasciano spazio «allo stato selvaggio» (Breton 2010) dell’occhio per sentire l’immagine. Il tatto allora diventa essenziale perché Grandrieux chiude gli occhi e scrive del movimento che procede a tentoni e quindi è tutto un vibrare della m.d.p e il buio si espande, le immagini sono fuori fuoco: è lui quel bambino che gioca a mosca cieca in Sombre o è lui quella madre in Un lac che cieca dalla nascita vede con le mani la geografia dei volti dei suoi figli: ecco il viaggio, la strada (continuamente presente in Sombre) o corridoio (che si spinge verso una finestra aperta al paesaggio urbano ne La vie nouvelle) verso il corpo del cinema, corpo-fantasma, questa continua presenza-assenza, latenza dell’immagine che è sempre un’altra.

*

Bibliografia
M. Moccia (2012), Mani di cinema, in “Filmcritica” n. 624, pp. 149-156.
A. Breton (2010), Surrealismo e pittura, Abscondita, Milano.
T. Pomilio (2010), Cinema come poesia. Capitoli sui Bordi di un’Immagine, Zona, Arezzo.

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Informazioni su Vanna Carlucci

Poetessa; Critico cinematografico (Uzak)

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