OLIMPIA, di Luigia Sorrentino (Interlinea 2013) – recensione di Alessandro Canzian

fonte: Alessandro Canzian, alessandrocanzian.wordpress.com

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615d7saf4tl-_sl1427_Un libro di poesia può avere molti significati. Ma se sa far parlare di sé nella direzione di un ingombro, di un punto che o devi circoscrivere o ci sbatti contro, ecco allora quel libro di poesia ha dato qualcosa al suo tempo. E Olimpia di Luigia Sorrentino dà qualcosa a questo tempo contribuendo in maniera importante a una discussione sulla leggibilità della poesia, che può avere opinioni pro e opinioni contro ma obbliga comunque a una presa di posizione. Olimpia è un poema in versi e prosa dai fortissimi connotati spirituali che Milo De Angelis in prefazione definisce “orfico” e che Mario Benedetti in postfazione contestualizza aiutandosi con una lunga citazione di Romano Guardini su Hölderlin. Articoli poi come quello di Ottavio Rossani sul Corriere della Sera o di Chiara De Luca sul blog Poesia 2.0 sottolineano quanto sforzo il lettore debba fare per entrare dentro quest’opera tanto reale quanto onirica, densa di presente quanto di passato in un movimento non unidirezionale che sa estrarre significati intensi ed esistenziali da ogni angolo osservato. Ottavio Rossani afferma che la questione è alla fin fine irrilevante e non si può non essere d’accordo in quanto (cito Rossani) Dove c’è la vera poesia non c’è il dubbio.

Olimpia è una città dove la poetessa entra e visita, con passo squisitamente greco,pietreaffreschi, vecchi olivi e melograni. Ma Olimpia è inevitabilmente anche la visitatrice stessa, questa donna simulacro di femminilità, contenitore del rinnovamento della città (Bianca era lei, e io ero insieme a lei l’attesa e il compiersi nello stesso istante). Il colore bianco insieme alla luce è uno degli elementi più vivi e presenti di questo viaggio (Lei era lì / non era più la stessa / il volto sbiancato nell’intangibile […] la forma fluttuante segue / il bianco […] ancora beati gli occhi fa la luce). La luce di Luigia Sorrentino è la chiarezza che svela e mette tutto davanti (la sua bellezza raccolta in una / sola luce liberata) mentre il bianco è la purezza fertile della donna che seppe, tutto quanto era lì, l’aveva / custodito per molti anni / nella piccola quiete domestica. Una donna che come grembo che si prepara / a ritornare estraneo ad ogni flutto / nell’uliveto deposto ogni possesso /lei chiese / sul lago conducimi a me. La medesima donna che quando il dio le entrò dentro / più forte adunò tutti i fiumi / nel suo volgersi e rivolgersi / vestita di nebbia l’essenza eterna.

Olimpia è una relazione tra la visitatrice e la città, ambedue simboli, che poi si allarga a un noi umano che è la verità di Luigia Sorrentino, un essere insieme in un campo di gioco reale, concreto, nonostante l’orfismo dello strumento poetico (che poi tanto orfismo evidentemente non è): Dal ponte di ferro su quale sostammo vedemmo la cupola sventrata, accerchiata dalla città nuova. Appariva dalla lente deformata del vetro scheggiato. In basso, dalla piazza di cemento circondata da abitazioni a terrazza arrivava il canto dell’umano a cui nessuno resiste.

Questa relazione che non include solo un presente ma anche un passato (seduta negli occhi di un’antica madre / la panoramica mostrò di nuovo / l’apertura sospesa nel vuoto / qui visse la donna diceva / la vista mobile era nello scorrere / del tempo) a una lettura attenta diventa nodo fondamentale del libro. Perchè la città è un simbolo importante, storicamente pesante. Non si possono non ricordare le “altre” città: quella dei filosofi platonica, quella di Dio agostiniana, biblicamente Sodoma e Gomorra come città della perdizione e la Gerusalemme celeste come città della promessa. La città è simbolo della condizione degli uomini e in questo Olimpia è simbolo e metafora della condizione attuale. Dove tutto sembra rovina ma che in realtà è contenitore di storia, di domande, di significati. Ma Olimpia è anche la donna (il contenitore spirituale per eccellenza) e solo in questa relazione si può capire perchè la città ha già un rinnovamento dentro che percorre tutto il libro. Perchè la donna è rigenerazione perfetta, continua, non solo fisica ma anche esistenziale (e in questa dimensione c’è tutta la presenza di una morte non definitiva). La donna è quel contenitore di uomini, di storia, di spiritualità, di essenze e significati che il viaggio riscopre.

In Olimpia nulla si crea e nulla si distrugge, tutto è già presente ma va riscoperto. La novità non è un mutamento del paesaggio ma un mutamento dell’occhio che lo guarda. Un occhio che diventa Olimpia, gioia di esseri non esperti di gioia. Questo svelamento dell’esistente nascosto nelle pietre, nei marmi, ha un passo estremamente preciso e puntuale e Luigia Sorrentino non nasconde “con quali scarpe” lo compie. Hölderlin, come giustamente afferma Mario Benedetti, è autore imprescindibile per comprendere questo libro. Un Hölderlin che vuole porre fine a questo estremo contrasto fra il nostro Sé e il mondo, riconquistare la pace di tutte le paci, unirci con la natura a un tutto infinito. E che in Olimpia acquisisce un soggetto femminile per arrivare all’estremo obiettivo di una gioia dichiaratamente inattuale.

In tutto questo, come già accennato, si inserisce il macrotema della morte che, se pure è spaesamento, non è alla fine tragedia. Non è elemento che limita la gioia. Anzi ricordando nuovamente Hölderlin appare ritorno alla natura arcaica: Sempre di più, il morire. Fluttuando nella sostanza emotiva che preserva e cura, svanisce la memoria di ciò che siamo. La transizione della morte da vivi, provoca spaesamento. In un grumo di forze distese, avviene lo smantellamento, lo spostamento, l’inversione. Ritorniamo arcaici, al servizio di ciò che siamo stati.

Ma c’è un’altra particolarità che emerge in maniera importante dalle pietre, dai marmi, dalle fiamme e dai simulacri di Olimpia. Lo svelamento della città in tutta la sua complessità porta alla memoria in più di un punto il mito della caverna platonico. La visitatrice compie un percorso verso la luce con dei ritorni a delle realtà fatte di oscurità e vita (l’animale umano costretto / si ritrae / nella rupe di marmo / della sepoltura, veniamo meno, / stanchi come colonne / spezzate dalla furia / del potente, caro ci fu ingoiare / il rimasuglio della nostra vita). Di difficoltà ad accettare la luce e ad abbandonare le ombre. Di spaesamento di fronte al mondo. Luigia Sorrentino sembra voler tracciare con precisione un proprio processo conoscitivo attraverso il parallelismo platonico. Questo elemento ancora una volta dimostra e restituisce la verità di un’opera assolutamente concreta e contemporanea. Un’opera perfettamente pertinente la realtà odierna e le sue problematiche. Una realtà fatta di difficoltà e complessità, di luci e cadute, ma che alla fine ha la possibilità di rinnovarsi e di trovare quella gioia che, Luigia, non solo auspica ma vede assolutamente fattibile nel viaggio degli uomini.

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lei era lì

non era più la stessa

il volto sbiancato nell’intangibile

nulla più le apparteneva

si rivoltava in un’altra che l’offendeva

nell’involo mostruoso in lontananza

lei era un soffio chiuso

tutto era in sé pieno, attaccata

alle pareti, lei era ormai radice

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ancora più in alto

in mezzo alle querce

non c’è altro che querce

siamo sempre più vicini al cielo

poiché nessuno è giunto alla sua fine

prima di morire

su quelle rovine vedemmo

ciò che di noi viene disperso

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come grembo che si prepara

a ritornare estraneo ad ogni flutto

nell’uliveto deposto ogni possesso

lei chiese

sul lago conducimi con te

poi vide la giovane a lei rivolta

che l’abbracciava tante volte

non vide più nulla dopo

solo un sorriso chiaro,

una gratitudine

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il sole alle spalle cancella

i nostri volti

veniamo da troppa lontananza

lungo quella discesa

nel porticato

alte colonne ci avvolsero

con le loro braccia

simultanea la superficie

il movimento attorno al proprio

asse, in rotazione

all’ampiezza

offriamo il soffio qui adagiato

la bellezza che ci fu tolta

nella luce inesorabile

dello spegnersi

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la soglia era ciò

che a noi stessi fu ignoto

per molti anni

come le cose

che invecchiano e si annullano

poi qualcosa chiamò

precipitata e muta

lasciò che altri sapessero

– siamo colui che se ne va

abbiamo le sue gambe

le spalle, l’incedere veloce

la traccia di un saluto

siamo colui che sprofonda

a un passo da noi –

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lei stava su un piano mobile

quando sospesa vide

l’insegna dei volti

qui visse la donna diceva

ma tutto era già stato

sulle rovine del nostro essere

rimbombava sola la domanda

è quella la porta?

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tutto stava su di lei

e lei sosteneva tutto quel peso

e il peso erano i suoi figli

creature che non erano ancora

venute al mondo

lei stava di sotto e dentro

questa pena l’attraversava ancora

quando venne meno qualcosa

le acque la accolsero

e quando si avvicinò alla costa

della piccola isola, tutti

portava nel suo grembo

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la condizione umana chiude

in sé la forma del tempo

che non vuoi più, allora

ti incammini tastando

muri che non vedi, conosci

la disaffezione

negli occhi scende, toccata

nell’incertezza della gamba

è poca cosa

è poca cosa anche

l’oscillare sulla strada sdegnosa

hai visto il tempo nello spazio

brevissimo, ancora da varcare

*  

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inesauribile sul fondo

la scomparsa si deposita

premendo negli occhi la rara

bellezza

imperfetta resta lì sul confine

la madre è la dentro, insieme

erano stati l’aurora più forte

al ventre fa la guardia il vento

tutto il mattino cade nella mano

passa in un soffio

beati gli occhi fa la luce

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