PASTA MADRE, Franca Mancinelli (Nino Aragno 2013) – recensione di Stefano Guglielmin

fonte: Stefano Guglielmin, golfedombre.blogspot.it

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Pasta Madre

La sensazione più forte che provo leggendo Pasta madre (Aragno, 2013) di Franca Mancinelli è quella di toccare un verso dalla pelle sottile eppure robustissima, che avvolge l’energia dirompente della vita come un palloncino argina l’aria compressa e ne determina le fattezze. Ciascuna lirica ha perciò una potenza rara, che lo stile s’incarica di conservare, anzi di amplificare attraverso richiami fonetici interni e altre strategie formali che fungono da tensori abilitati a comprimere ulteriormente la materia. Che non tracima perché integrata con la superficie, sua polpa amica, mai doma, tuttavia; in ebollizione, piuttosto, magmatica, che diviene plasticamente elegante quando l’aria – la pelle del verso – la cristallizza. Molte delle metafore, infatti, hanno la bellezza del vetro di Burano dopo che il mondo l’ha raffreddato con le sue correnti. E sono plasticità dalla natura gestuale, come questa: “La luce si allarga / come una macchia. Qualcuno / urtando ha versato un altro giorno”.

Già il verso d’apertura racchiude questa magia, surreale nella forma, metafisica nella sostanza: “cucchiaio nel sonno, il corpo / raccoglie la notte”; immagine che ci rimanda alle concavità di ogni ventre femminile, biografia mitica della terra che custodisce gli esseri, dunque, ma anche – e per tutto il libro – storia di una rinascita personale, cominciata alzando “sciami / sepolti nel petto” dopo una lunga lotta amoroso-conoscitiva con il sonno: “Mi sono ritrovata, inizialmente, murata in una stanza. Pochi gesti ripetuti all’interno di uno spazio chiuso che si confonde con il mio stesso corpo […] aggrappata al sonno come all’unica porta che si apriva” racconta Mancinelli nell’intervista rilasciata ad Andrea Cati per il blog ”Poetarum Silva” circa un anno fa. Ossia prima che uscisse il libro, a fargli insomma da apripista, a guidarci a una lettura che tenga conto tanto del privato quanto dell’ontologico, del dolore personale per qualcosa che si corrompe ma anche della consapevolezza filosofica che la crepa è cosmica. Non a caso, Pasta madre è disseminata di segnali tellurici: “frantumare”, “infiltrazioni”, “lampi rotti”, “crolli”, “territori ostili” danno ciascuno il collante precario, il fondo insicuro a un io narrante altrettanto fragile, che si muove dentro “una musica / di sbarre e ringhiere” dopo aver tagliato il cordone ombelicale: “padre e madre caduti / frutti che non potevano / marcirmi attaccati”. Se in Mala KunaMancinelli tentava di arginare il senso stabile – e per ciò stesso immobile – del proprio essere-al-mondo affinché non fosse maciullato dal non-senso che il tempo diveniente, per la sua natura rapinosa, possiede, ora nulla mantiene stabile coerenza, tutto si metamorfizza, così che la scrittura, come afferma Chiara De Luca nel blog di Rai news 24 (4/06/13), ingloba “l’umano, l’animale, il vegetale, il minerale, scambiandoli, mescolandoli, lasciando che il sangue degli uni scorra nelle vene degli altri, nel reciproco esondare l’uno nell’altro attraverso vasi contigui, comunicanti, dialoganti”. Mancinelli si pone al centro di questo vortice, non più per rappacificarlo, come una Penelope che ripristini gli arcani notturni della casa-rifugio, bensì, intanto, per farsi attraversare sino al midollo, per patirlo con un lungo e ragionato sregolamento dei sensi e farsi così veggente, stando distesa sul letto, come una mistica medioevale tuttavia oramai convinta che il senso ulteriore le chiede di alzarsi, di camminare modernamente sulle ferite della terra, per conoscerle più a fondo e trovarne la necessità che abiliti – lei e noi, suoi fedeli lettori – al viaggio verso “la punta / dell’ultima montagna”.
Stefano Guglielmin
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Una recensione di Chiara De Luca e un’anteprima a questo link.
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