Marco Tornar, Sonetti d’amor sacro (Tabula Fati 2014). Recensione di Mariangela Lando

marco tornar sonettiMarco Tornar, autore abruzzese emergente, presenta una silloge di sonetti che, in antinomia con il titolo scelto – d’amor sacro –, appaiono invece intrisi di una modernità letteraria che è evidente sin dalla prima lirica, My Fawn. L’amore, per il poeta, è un sentimento antico fortemente cercato e lungamente atteso, ma le poesie manifestano in special modo una sensualità che possiamo definire “indeterminata”, suscettibile alle differenti e contrastanti visioni che ne ritrae lo scrittore.

Poesie che interrogano l’animo anche di chi legge. La lettura della lirica infatti pone in rilievo un dato significativo: il ruolo che il poeta e il lettore hanno nel processo di negoziazione, decostruzione e co-autorialità nell’interpretazione del testo.

L’amore di cui parla il poeta è solamente bramosia irreale o è un sentimento corrisposto? Si coglie infatti dalla lettura dei sonetti il disagio provocato dal timore che il poeta enuncia attraverso la scrittura poetica, delle proprie intense emozioni nei confronti di una donna che appare irraggiungibile; il poeta è in uno stato di soggezione che si traduce in un comportamento a tratti esitante. La nerissima cerbiatta dalla timida patina interna è la donna che nella sua assenza corporale si rende presente e fortemente operante in uno spazio naturale che per il poeta è via via sempre più ampio. La sua presenza si diffonde all’interno della natura. Il vivo e costante anelito che traspare dai versi, proietta il lettore in uno scenario di passione amorosa, che viene però soffocata dall’atteggiamento che il poeta dimostra nei confronti della donna: l’amato appare forte nei momenti in cui la descrive con passione, (figura mai realmente presente), ma questo amore continua a rimanere sfuggente nei modi e nell’impulsività manifesta della stessa donna che si cela ai suoi occhi…

##My Fawn

##Nerissima purissima cerbiatta
##che metti a repentaglio il mio respiro
##se non ti vedo né sento – qui in giro
##tutto si strugge per te: voglia matta

##di stringerti dice che non è patta
##la partita tra noi, ti bramo, miro
##ad addomesticarti, non ammiro
##solo come mi guardi, quando scatta

##la mia impazienza amorosa, è più interno
##il desiderio con cui i sensi vogliono
##darti la caccia, sciogliere la patina

##timida del tuo cuore – non d’inferno
##son queste parole, ma a te non cedono
##mio dolce animaletto, o Dark Ladyna.

Il lettore osserva come l’impazienza amorosa e il desiderio rimangono volutamente all’interno dell’animo del poeta. È una figura femminile lontana che gli desta una grande emozione.

Il poeta contrasta le provocazioni della donna alle quali egli non cede: la struttura del testo impegna costantemente il lettore in questo processo di lettura transazionale per giungere al significato; egli può confermare o decontestualizzare a seconda della propria visione interpretativa: nella poesia presa in esame la capacità del poeta di tollerare o sopportare l’opposizione che prova nei confronti dell’attrazione di questa donna risulta dannosa per il suo animo? O si tratta di una sollecitazione impulsiva che si concretizza nella decisa seppur sofferta rinuncia al piacere? Le provocazioni lo mettono alla prova nell’esercizio della pazienza in cui l’opposizione può assumere il significato di aperta ribellione? A conferma di un’inquietudine persistente, lo scrittore utilizza nell’ultima terzina un ossimoro che appare riassumere l’intera lirica e diviene leitmotiv della silloge stessa: «dolce animaletto/ Dark Ladyna».

Anche nella seguente poesia, Zafran, il sentimento di ricerca appassionata verso la donna è connesso ad una spasmodica attesa del suo possesso; l’eccezionale “sbilanciamento” amoroso sottolinea enfaticamente l’idea di bellezza. Inoltre il delicato accenno al nutrimento del fiore, accostato all’intimità audacemente deliziosa della donna, proietta il lettore ancora una volta verso un dinamismo di significato che avviene attraverso l’interazione e la negoziazione costante con il testo. La misteriosa donna si rivela attraverso i sensi e diviene la quintessenza dei sapori di Persia e abruzzesi .

##Zafran

##Dà una vertigine pensare a quando
##tra i sei petali violetti le antere
##anelano gli stimmi per poter
##liberare il polline e di rimando

##un leggero brivido – e mi domando
##se lo senti anche tu – prende a
##percorrere
##il femminile del fiore, per schiudere
##l’intimità deliziosa…Sì amando

##così ti vorrei avere tra le braccia
##ogni notte, segreta mia Z. sola
##quintessenza dei sapori di Persia

##e abruzzesi: ormai niente più scaccia
##dalla mente il profumo di poesia
##d’un fiore più dolce d’ogni parola…

Scorrendo le liriche, si osserva una visione continua della donna all’interno della natura. Marco Tornar ritrae più di una figura femminile: le numerose perifrasi utilizzate dallo scrittore la ritraggono come donna psiche, la bionda farfalla che colora la mente, un fiore il cui profumo è l’unica tempesta, la nuova fonte in cui il poeta s’avvera, un inno alla bellezza che unisce il sacro e l’invocazione. La donna è la giovane cerbiatta dalle movenze agili e disinvolte a perfetto agio con la Natura, è un’anima guizzata nella forma di un lampo sopra petali, una Venere di tutti e una Venere privata che il poeta visualizza audacemente in un prodigio dal corpo nudo. In uno scenario poetico assolutamente atemporale il desiderio del poeta non avrà più bisogno di ritornare attraverso i secoli per potersi infiammare della (sua) bellezza.

Il sonetto ha un grande seguito nel Novecento; con la metrica classica, dopo vicende alterne, dapprima in Francia e successivamente in Italia, nei primi decenni del Novecento, avvengono sperimentazioni stilistiche con infinità di soluzioni che non sono propriamente di metrica libera, quelli che, ad esempio, Pier Vincenzo Mengaldo indica come «casi intermedi di metrica liberata non ancora del tutto affrancata dalla metrica classica, cioè versi liberi, isotrofismo, quasi tutti endecasillabi, versificazione libera, ma con un uso strutturato della rima». In questo periodo si assiste all’annullamento di ogni barriera allo scorrere del discorso con piccole e calcolate irregolarità, caratteristiche che ritroviamo in molti sonetti di questa silloge.

Degna di attenzione è la triade finale della raccolta: Preghiera, L’Abete e Ave Maria in cui cogliamo un inno alla fede che contrasta apparentemente con le liriche precedenti.

Se la vita può (felicemente) per il poeta smarrirsi nell’amore totale verso una donna, l’unica garanzia e certezza di amore eterno e di supremazia divina è racchiuso in quel che la mente umana fallirebbe a tradurre in parole, cioè la vera luce della vita, l’aura divina che potrà accoglierlo al termine dell’esistenza.

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Mariangela Lando

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