Lettera aperta agli aspiranti lettori di poesia

La poesia purtroppo vende poco. È un mercato confusionario e molto povero. Le librerie concedono ai libri di poesia sono un piccolo scaffale, in cui nello stesso spazio vengono ammassati faticosamente i grandi classici e alcuni grandi autori contemporanei.

La poesia non ha bisogno del mercato, è vero. La poesia vive di vita propria, nelle azioni e nei pensieri quotidiani di chi la porta nel cuore.

Ma l’editoria è fatta di carta e soldi, di distribuzione, e camion. Le idee hanno pur sempre bisogno della benzina per viaggiare e arrivare sugli scaffali.

In questo senso i lettori e gli aspiranti lettori di poesia hanno una grande responsabilità sulla sopravvivenza dei poeti.

D’altro canto, molti poeti contemporanei – atrofizzati e sclerotizzati in piccoli gruppetti e convenicole autoreferenziali – sono la causa principale di questo divario fra poesia e mercato, fra poesia e lettori. Moltissimi poeti contemporanei allontanano paradossalmente i lettori, andando contro il loro stesso interesse.

Si vorrebbe piegare la poesia a piccoli interessi clientelari, al management di tristissimi direttori artistici, alle vanità di questo o quel critico, al baronato di questo o quel editore.

Ma la verità è che la poesia vive di vita propria, libera, e non tollera di essere inscatolata, di essere gestita e monopolizzata. Come i cervi, fieri padroni dei boschi, la poesia muore appena viene “recintata”, “allevata”.

Da una parte, allora, ci sono le piccole lobby letterarie che vorrebbero creare vivai di poeti nella speranza di monopolizzare il piccolo e asfittico mercato.

Dall’altra parte, ci sono i lettori, confusi, frastornati da eventi, reading, “incontro con l’autore”, vetrine di ogni tipo.

I lettori hanno una grande responsabilità sul mercato. Sono loro a decidere cosa sopravvive e cosa no. I lettori non devono subire la cultura, ma crearla. I lettori non dovrebbero essere una semplice vetrina, un “parco buoi” (per usare una triste metafora del mondo economico), ma i protagonisti veri della letteratura di ogni tempo. I lettori scelgono, decidono, promuovono.

L’arte della lettura è forse la più difficile di tutte le arti.

Invito i lettori e gli aspiranti lettori di poesia a non farsi abbindolare da promozioni troppo facili, ma a scegliere il loro cuore come unico metro di giudizio. Dal cuore al libro; e non viceversa.

Invito anche a riflettere sul fatto che l’editoria è fatta di carta, e soldi, e bassissime cose pratiche. E che, anche se la poesia vive di vita propria, la circolazione dei libri è affidata alla generosità e alla passione di chi li acquista.

V’invito alla generosità. V’invito alla passione.

Riccardo Raimondo

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  1. Articolo interessante e reale nei contenuti. Osservazioni purtroppo dure e che vanno al cuore della questione: l’asfissia della cultura provocata da monopoli campanilistici. Approfondirò. Per ora grazie per la lettura.

  2. Pingback: Voci della poesia italiana, antologia (Sentieri Meridiani 2012) « verso un'ecologia del verso

  3. Tanto sincero è l’afflato quanto sbagliate le conclusioni… l’idea di un lettore che crea la cultura significa la riduzione della poesia a comunicazione, il trionfo del democratismo beota del mercato. Tutte cose che sicuramente Lei non desidera, ma tant’è. Lo stato odierno dell’arte, confermato da TUTTE le altre forme espressive (la poesia vive in un mondo a sé, fatto di roselline e di infiniti), dimostra la necessità di umiltà, di sospensione del giudizio a volte, di ricerca della consapevolezza; un’ingenuità d’entusiasmo che sappia conoscersi. Il che non vuol dire il classico “lasciamo perdere, non ci capisco niente”, ma un cambio di mentalità che porti a capire che l’assimilazione di un’opera si articola su livelli e piani differenti: educazione a comprendere: cum-prehendere, prendere con sé, rapporto in cui grande ruolo va proprio al “sé” dello spettatore. Ecco una passione che non sminuisce le intelligenze.

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